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Moheir – A Rough Soundtrack (2014)

Cosa vi aspettate da un disco che si chiama A Rough Soundtrack? Cosa vi suggerisce un titolo del genere? V’immaginate già decine e decine di campionamenti presi dal cinema? Sbagliate. Sperate, invece, di ritrovarvi ad ascoltare brani che riporteranno alla memoria scene di film che avete visto e che vi sono piaciuti? Ecco, sì, ora sì. In questo, i Moheir, sono veramente bravi, fidatevi di me.

Un disco composto da nove pezzi. Nove scene diverse che salteranno dal poliziesco al noir. Partiamo da Wave pressure ed è già tutto chiaro: distorsioni pesanti (con qualche riff che stringe la mano allo stoner e al post-rock), giri funk ed un sax che, per la sua schizofrenia, ricorda spesso i Napoli Centrale. E già dopo questo si è capito tutto, ma non è detto, perchè i Moheir sanno differenziare bene i diversi episodi e ad ogni passo aggiungeranno questo, toglieranno quest’altro e vi stupiranno sempre.
In Cinemon, pezzo successivo, si conserva la componente funk e la si mischia a sonorità da colonna sonora di un poliziesco. Un incrocio pericoloso e affascinante tra Calibro 35 e Franco Micalizzi, se proprio vogliamo fare qualche nome.
E se poi, invece di conservare qualcosa, vogliamo stravolgere tutto e portare in campo delle sonorità altamente “orecchiabili” cercando tenerle in vita senza scivolare in qualcosa di banale? Hammer serenade mischia queste sonorità “pop” (per dire) a pesantezze e movimenti mai banali, arrivando a creare atmosfere come quelle che, tempo fa, offrivano i lavori dei Rosolina Mar, e non è affatto un male.
Restano vive le distorsioni ultrapesanti, anche nella successiva Heisenberg, e a queste si aggiungono dettagli che scivolano nel jazzcore (i fiati, per esempio) e accellerate punk (sotto l’assolo di sax) che ricordano sia i Tsigoti sia i Quintorigo nella loro cover di Highway star.
E il funk non verrà abbandonato mai, non vi preoccupate: Past dust è un insieme di velocità e distorsioni, funk e spy-stories, effetti e progressioni gestite con maestria. Spionaggio, ma non solo. Anche noir, fumo, nebbia, polvere, luci soffuse e una sigaretta che si consuma lentamente.
Come già detto in precedenza, elaborano bene la lezione appresa dai Rosolina Mar: Need a gun è fatta di riff semplici, molto orecchiabili, che però vengono arrangiati e combinati tra di loro per farne qualcosa di perfetto. Come un Nicola Piovani abbandonato nel bel mezzo di una tempesta post-rock. E così, anche la successiva An 80′s Italian sunny sunday continua a sembrare una rielaborazione di una colonna sonora ma con più elementi psichedelici, più effetti, rispetto alla traccia precedente.
White space conflicts, invece, è quell’episodio in cui si sente di più la vicinanza con due artisti citati ad inizio articolo: i fiati di James Senese dei Napoli Centrale e i movimenti funk dei Calibro 35, il tutto mescolato in un cocktail personale ed esplosivo.
E come finale, quale scelta migliore se non un pezzo che sembra un perfetto tappeto sonoro sul quale si adagiano i titoli di coda? Una scelta perfetta, Firelands theme: lenta, “leggera”, dal retrogusto quasi western, quasi obbligatoriamente Morriconiana.

Divoratelo questo lavoro, che di gruppi del genere, con tante belle idee e tutte così limpide, non se ne vedono tanti in giro.

Etichetta: Autoprodotto.
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Luz – Polemonta (2014)

Luz = Luce.
Ed è forse per questo che ogni pezzo (eccezione fatta per i vari sviluppi disseminati per il disco) nasce e cresce con un’alba. Avete presente quando il sole comincia ad affacciarsi timido dalla finestra e riempie di luce tutta la casa? Ogni pezzo dei Luz, e in particolare di Polemonta, primo loro full-lenght, è così.
Luz è un progetto interamente basato su corde e pelli, da strofinare, percuotere, violentare ed accarezzare allo stesso tempo.

Prendiamo l’iniziale Frate Mitra che ci mostra il jazz acustico dei Luz in tutta la sua perfezione, capace di combinare tutti i vari movimenti dei quattro strumenti, sempre pulsante, dal retrogusto gypsy, che poi esplode in un turbine postrockesco. Che poi, pensandoci, “acustico” non è un termine del tutto adatto per definire il jazz dei Luz. “Camaleontico”, forse suona meglio. Ecco, sì, camaleontico. Perchè il quartetto si appoggia su qualcosa e ne prende le sembianze. Passiamo alla successiva Zdenek, piena di nervosismi e anticipi, distorsioni e velocità. Una sorta di bossa-nova rumoristica e schizzata che strizza l’occhio ai Mr. Bungle di Mike Patton e compagnia bella. E con una combo iniziale come questa non si può non amare, già, questo disco.
The Youngest Man Alive, che arriva dopo un rientro di Frate Mitra, è un ritorno alle origini acustiche del gruppo: un pezzo in cui si torna a pizzicare e sfiorare le corde, al massimo a percuoterle giusto un po’, tutto rigorosamente senza distorsioni.
In Nogales, s’impazzisce, senza limiti e senza vergogna. Ci si trova a vagare tra tropicalismi jazzistici e impazzimenti slideggianti, rumorismi scivolosi e schizofrenie da parte di tutti i musicisti. Poi si riprende fiato, ci si calma, ma mai completamente. Occhi e (soprattutto) orecchie ben aperte su questo episodio. Ne rimarrete piacevolmente sorpresi. Ed è altalenante anche la successiva Tomatoes, ibrido interessante in cui, in alcuni momenti, si può addirittura sentire del surf. Sempre tra mille accellerate interessanti, distorsioni, impazzimenti e cose così.
Riddim, invece, tesse un tappeto psichedelico, soprattutto ad opera della chitarra, e sul quale si adagiano (micatanto)pacatamente contrabbasso e batteria.
Polemonta, la title-track, è in assoluto il brano che più si fa ricordare. Uno di quei motivetti che, pure se lo ascolti distrattamente, ti si trapana in profondità nel cervello e addio, non ne esce più. Niente banalità, mettiamolo in chiaro. La batteria iperattiva e nervosa fa da tracciato sul quale contrabbasso e chitarra che si mischiano, collaborano, s’inseguono, sbandano, si schiantano.
E poi si arriva, con True Stories, in una sorta di post-rock acustico, a tratti gypsy: un tappeto sonoro sdraiato man-mano sempre più nervosamente sotto i campionamenti. Che porta, piano piano, a spegnersi in La Notte Ha Mille Occhi. Lenta e ancora psichedelica, ma solo negli inizi, che resta così con qualche difficoltà. A muoversi tra delay, riverberi, echi, effetti ma che poi esplode, per poco veramente, però lo fa.
E quale modo migliore per salutare gli ascoltatori, se non con una perfetta e sbilenca ninnananna come Dorme?

Fidatevi, è un disco che dà molto piacere all’ascolto, suonato perfettamente da musicisti che anche nei live sanno catturare l’attenzione degli spettatori più diversi. Fatevi un piacere, ascoltate questo album, poi mi direte.

Etichetta: Auand
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Maybe I’m – Bwa Kayiman (2014)

I Maybe I’m continuano il loro rituale di mutazione. Dimenticate il blues di “We Must Stop You” ma elevate all’ennesima potenza i suggerimenti gypsy di “Homeless Ginga” e mischiateli alle atmosfere afro-punk di “Paraponziponzipò” coi Bokassà. Prendete queste tre fermate come semplici tappe verso la ricerca di una identità personale e mettete il nuovo disco, Bwa Kayiman, uscito a metà marzo sempre per Jestrai, come traguardo finale. O almeno temporaneo, perchè sono sicuro che i Maybe I’m non fermeranno il loro mutamento con questo album, ma continueranno a cambiare veste, ancora, in futuro.

Il disco vede, in otto tracce, partecipazioni varie. Perchè il mutamento si vede anche nella scelta di una formazione “aperta” e non solo nel cambio di sonorità. Già nella iniziale Education Of Young Citizen sentirete i fiati schizofrenici di Andrea Caprara (degli Squarcicatrici) mischiati alle unioni chitarra+batteria del duo sud-Campano. Pulito e distorto che si alternano in continuazione, batteria martellante e un sax impazzito in perenne combattimento. E poi ancora, nella successiva Damballah Wedo: stessa ricetta, ancora chitarra+batteria+sax, ma con un testo in francese e un ritmo che continuerà a bombardarvi la testa anche nel sonno. Suona bene, è di facile ascolto ma non banale, fate attenzione.
La title-track Bwa Kayiman, ancora in francese, mantiene ancora viva l’identità gypsy. E anche qui il ritornello vi entrerà nella testa a colpi di sax e distorsioni, anche nella sua variante doom, lenta e pesante. Prendete fiato e fatevi mitragliare dalle scariche di piatti della batteria, riprendete fiato e ancora, e ancora, e ancora.
Houngman Boukman è il primo episodio senza distorsioni, con una batteria che fa da tappeto e la chitarra che richiama a qualcosa di blues dei dischi precedenti. E’ come la quiete dopo la tempesta, il riprendere fiato dopo la fuga, la lacrima di soddisfazione che scende dopo la vittoria.
E continua a percuotere le pelli, la batteria, anche nella successiva Sele, che vede – oltre al ritorno del sax di Caprara – la presenza dei synth del produttore Av-K. E qui è afro-punk all’ennesima potenza: tutti gli elementi si mischiano sempre di più, sembrano quasi fondersi insieme, e crescono verso una esplosione finale che è come una tempesta di sabbia sulle rive del fiume Sele.
Mentre Commen-sale è la pazzia messa in musica: 143 secondi di punk esaurito, in duetto con Cazzurillo, cantato in italiano. Punk, certo, ma che al suo interno conserva il noise, la psichedelia e il rock progressivo. Forse il pezzo più “semplice”, il più immediato, nelle sue diecimila diverse sfaccettature. Tra risate isteriche, giochi di parole e frasi/battute tagliate, questo è uno di quei pezzi che merita più e più ascolti.
Con How To Build A Religion si ritorna su passi gypsy in un pezzo breve che, con estrema facilità, intromette a volte una scarica di distorsioni, a volte una parentesi dannatamente metallara per poi concludere con una sequenza di stop’n'go che vi porteranno diretti alla conclusiva Tutto Quello Che Sai E’ Falso. Una confessione, un segreto svelato all’orecchio. Acustico e ripetitivo, per dirti che – come appunto recita il titolo – tutto quello che sai è falso.

Altra convincente prova per i Maybe I’m, ma di quello non dubitavamo. Ci hanno abituato bene e sembrano essere intenzionati a non smettere di farlo.

Etichetta: Jestrai Records.
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Underdog – Keep Calm (2012)

Una mini-orchestra di sette elementi. Una voce maschile schizzata e schizofrenica e una femminile angelica. Due stati d’animo che si alternano più e più volte, così come si alternano – negli arrangiamenti – nervosismi e respiri calmi, il funk e la voce dei Primus ai vocalizzi della world-music e a movimenti di piano tipicamente jazz. Un circense esercito pronto a fucilarti senza pietà prende vita già dai primi secondi di questo Keep Calm, nato dalle paranoie e dalle visioni degli iperattivi Underdog.

Immaginate una domenica passata in modo terribilimente disastroso e pensate all’inizio di settimana che dovrete affrontare di lì a poco: Lundi massacre suona come il mal di testa che vi colpisce il lunedì mattina. Si alternano – come già detto – due stati d’animo: la voce femminile rimanda alla tranquillità del giorno precedente, quella maschile vi scaraventa sulle spalle tutta la fatica di riprendere un difficilissimo lunedì. E in pochi minuti lo fa mischiando prog nervoso, dettagli arty, bassi funky e gargarismi degni della migliore world-music. Vi sembrerà chiarissimo che il gruppo sa bene come mischiare insieme tanti generi, anche nella successiva empty stomach: cabaret, art-rock e gypsy fusi con somma maestria. Immaginate un circo che gira per le strade della vostra città, con un seguito di giocolieri, ballerini di tango, scimmie e burattinai pazzi.
Si boicotta spesso, come accade in Jackie the priest: un pezzo jazz-fusion in cui predomina l’angelica voce femminile strappata in due dall’intervento irrequieto della voce maschile. E poi via di tango, in I’m waiting for my doc, nei corridoi di un manicomio, dove cervelli e neon hanno cali di tensione simili. Movimenti leggeri di danza aspettando i medici, tra piano e fiati.
La dimostrazione migliore di tutta la pazzia e schizofrenia che il gruppo sa concedersi, la troverete in macaronar. Follia allo stato puro, breve ed immediata, e non vi nascondo che è questa la veste in cui li preferisco. Dannatamente veloce, con le due voci che – per la prima volta – non si alternano né si spezzano, ma si stringono, si abbracciano e ballano, come dei Mr. Bungle che dividono un piatto di pasta con i Gogol Bordello e Amanda Palmer. Chiaro no? E dopo un urto del genere, serve qualcosa di calmo: Niko sembra rappresentare gli ultimi istanti prima del suonare della sveglia, pochi secondi e poi DRIIIIIN! Si apre un carillon circense in cui i membri del gruppo si attivano per intrattenerti come meglio possono. Ancora atmosfere circensi. Un piccolo tendone con mille attrazioni per tenerti compagnia messo su a poche dita dalla tua tazzina del caffè.
Cuore matto è, si esatto, proprio la cover di Little Tony. Una cover niente male, sempre ad alternare la celestiale voce femminile e l’iperattività della voce maschile tra mille dettagli arty, tra violino e piano, fiati ed urla. Gli stessi dettagli che ritroveremo nella successiva goodbye: ancora violino e piano, tra tango e danze dell’Est Europa, dove scariche distorte colpiscono e tramortiscono poveri ballerini di tango, come fortissime crisi epilettiche.
In soulcoffee i momenti distorti saranno di meno, ma ben mirati. L’attenzione è tutta sulla voce femminile che bene si districa tra i tanti – e sempre presenti – dettagli arty. Un pezzo indie-pop in pieno stile, prima di un altro ritorno verso direzioni schizzate: the revolution is subject to delay è un frullato di funk, cabaret, art-rock, fusion e jazz. Ancora vivo il contrasto tra nervosismo e calma, anche se – stavolta – a spingere c’è anche la voce femminile, non tanto serena come in precedenza. La voce femminile che nella successiva mommy on the sofa avrà tutto il tempo di rilassarsi e di giocare: più che un brano sembra un divertissement per piano e fiati, dove la voce maschile tende una corda di parole alla voce femminile, che si diletta a praticare dell’equilibrismo su di questa, dando vita a due minuti e trentasei secondi di pura acrobazia vocale.
E poi si conclude con un omaggio a Lou Reed, fatto in tempi non sospetti. Berlin è un omaggio, un circo, una parata finale che porta il disco fuori dalle nostre orecchie.

Eppure non è un album che esce così facilmente dalla testa di chi l’ascolta. Alcuni movimenti, certe voci, ma anche una sola serie di note del piano rimarrà ben radicata nei ricordi di chi ha incontrato questo disco almeno una volta.

Etichette: Altipiani, MarteLabel.
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Nevroshockingiochi – Scena 2 (2013)

Scena 2, Nevroshockingiochi, ambiente industriale, nervoso. Nervoso, distorto, ripetitivo. Voci piatte e meccaniche che si muovono su sonorità che lasciano intravedere dettagli post-hardcore, noise e art-rock, mimetizzati tra milioni e milioni di movimenti industrial.

Inizia con piccoli omicidi fatti in casa, l’album, e già ci mette davanti a tutte le cose indicate poco fa: nervosismo, distorsione e meccanicità. Prendiamo d’esempio un film di fantascienza degli anni 80 e in un momento arriveremo ad immaginare il gruppo a spasso tra mille errori all’interno di un pc. È questo il campo in cui si muove la band di Macerata. In senza lingua continueranno a scagliarci addosso una quantità incalcolabile di terremoti caotici, su cui si innalza la voce, agitata e inquieta, ma attenta. Fermarsi e ripartire, arrestare il sistema e riavviarlo, e in un attimo riprendere il lavoro. Così come in tempi morti, dai toni giusto un po’ più angosciati e irrequieti.
L’arte del poker porta l’album a livelli altissimi, a quote che vi lasceranno senza fiato: ansia e tensione, come in una partita a poker. Voce impassibile, ancora, e concentrata. Distorsioni che arrivano inaspettate, ma in maniera sistematica, come delle buone carte in una partita al tavolo verde. E poi la successiva ritmo spastico, che rimarrà a quei livelli, sembra una raccolta di filastrocche per bambini che lavorano in fabbrica, tra macchine inceppate, esplosioni distorte di rumore e voci in preda a crisi epilettiche, causate dal troppo lavoro.
E degenerare, per mano dei Nevroshockingiochi, è fin troppo facile: in col-lasso di tempo si alterna il piano ed il forte con estrema facilità. E quando non è piano, è un vero e proprio Forte, con tanto di iniziale maiuscola. Gigantesche esplosioni distorte, ecco come riassumere perfettamente quello che vi ritroverete ad ascoltare.
Ed ascoltare il lento industrial, rumoroso come al solito, dai tratti post che prende il nome di ciNECROnica è come leggere la sceneggiatura di un film. Avanza la sua lettura in maniera lenta, muovendosi tra mille ticchettii, ronzii e movimenti di meccanismi meccanici. Rumoroso, certo, ma rimanendo basso per lasciarti libero di notare la differenza di lì a poco, quando inizierà asces(s)i dove il rumore diventerà spropositato. Qui il post-hardcore industriale del gruppo si diverte a confonderti, a provocarti emicranie micidiali, martellando, distruggendo, distorcendo. Riuscendoci benissimo anche nella successiva reset, una cavalcata violenta, veloce e ripetitiva di due minuti e pochi secondi.
E poi il ritorno, ancora una volta, nella finale la regola delle 3 s o dello sbiancamento dell’anima, del nervosismo tipico sopra il quale si adagiano due voci diverse: una calma e attenta, l’altra urlante e irrequieta.

Un lavoro perfetto. Chi segue l’industrial e il post-hardcore non può e non deve lasciarsi scappare un album del genere.

Etichette: OnlyFuckingNoise Records, Il Verso Del Cinghiale, Charity Press, Canalese Noise Records, Eclectic Polpo Records, Have You Said Midi?, Neon Paralleli, Fabrizio Testa Produzioni, Narvalo Suoni, V4v-Word.
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Spuntano Come Funghi #26: Le Città Invivibili.

Un duo e qualche amico. Campania sud, lontani un po’ da tutte le province. A metà tra noise e post-rock, un po’ Massimo Volume, tra momenti bassi ed esplosioni distorte. Vi presento oggi tre pezzi de Le Città Invivibili, che saltano dall’elettrorock nervoso di Canzone del suicida al post-rock lentissimo, doomesco quasi, di Finestre, passando per i sei-e-passa minuti di Le città invivibili, dove il progetto dimostra tutta la sua forza.

Sono solo 13 minuti, un assaggio di tutte le potenzialità di questo progetto. Un assaggio, però, che fa ben sperare per il futuro.

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Campeggio Banda: Meteor e Bogong In Action.

Nove sono i minuti di cui, questo Có Còl e Raspe, nuovo lavoro del duo bresciano chiamato Meteor, ha bisogno per dire tutto ciò che c’è da dire. Nove minuti per ripetersi, pestare, colpire, affondare e tramortire gli ascoltatori. Ripetitività di chitarra, elettroniche impazzite, batterie al limite dell’esaurimento e nient’altro. Perchè a questo album piace metterti in difficoltà.

È impossibile parlare di questa o quella traccia: è tutta una enorme scarica schizofrenica. A parte, forse, qualche piccolo dettaglio – a volte anche difficile da cogliere – come le abbaiate (che riportano alla mente qualcosa degli Hiroshima Rocks Around) di XXXX o XXXXX oppure i coretti di X degni della migliore festa di compleanno, tra acidi e partite a coin-op impazziti, o – ancora – le lentezze pseudo-grind di XXXXXX. È come assistere alla distruzione di centinaia e centinaia di robot, di vecchi computer e di elettrodomestici vintage. Senti il ferro che stride, l’acciaio che si piega, e il gruppo che se ne va a spasso su un tappeto di ferraglie varie. Tutto per arrivare a XXXXXXX, la traccia finale, il countdown prima che la miccia si esaurisca. Un pezzo che ti dà quel senso di salita, di tensione, di ansia. Un brano che racchiude in sè tutta la voglia di arrivare alla fine, perchè è giusto così. E anche di far ripartire il disco, perchè anche questo è giusto.

Etichette: Villa Inferno, Off-Set Records, Dischi Bervisti, Sangue Dischi, Neon Paralleli, Only Fucking Noise Records.
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Ripetizione. Ronzìo. Ripetizione. Urla. Distorsioni. Ronzìo. Ripetizione. E poi ancora. E ancora. Ed ecco riassunto Mahalo dei pugliesi Bogong In Action.

Otto scariche brevi ma intense (mai – nemmeno per sbaglio – si arriva ai tre minuti di durata) di puro noise-rock tiratissimo. Chitarre ronzanti, voci stonate, testi ripetitivi e una quantità incalcolabile di casino. Un disco dove, a volte, e per poco, si capisce solo la batteria: in Insects and shit le chitarre si perdono tra mille e mille casinismi diversi, accarezzando – delicato come un pugno sui denti – la no-wave più estrema. Violenti e tamarri, anche, quando in Golconda diamonds sembrano dei noisers che invadono una pista da ballo intenzionati solo a far esplodere le teste dei malcapitati danzatori presenti.
Ripetitivi, dicevo, e se volete una dimostrazione pratica di questa ripetitività, prendete in esame Being fat sucks e la successiva MarioNoviello: martellanti, quasi fino allo sfinimento, e disastrosamente rumorose.
E poi c’è la stupenda tripletta finale che parte da Inside my chicken, con chitarre come motoseghe, martelli pneumatici e raggi laster. Fate una lista di tutte le cose più rumorose di questo mondo e condensate tutto in novantuno secondi, vi verrà solo da esclamare “CRISTO!” e nient’altro. E continuate a muovervi in preda alle urla e ai chitarrismi ultraconfusi di Political mirror e la sua naturale continuazione dal titolo Bodies in conflict.

“Mahalo” in hawaiiano significa “Grazie” ed è il minimo da dire ad un gruppo che riesce a dare vita ad un disco del genere.

Etichette: Lemming Records, Have You Said Midi?, Human Feather.
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ACIDI/viola nasce, nel 2006, semplicemente per stimolare la curiosità di chi ascolta e chi legge. Non lo facciamo né per soldi, né per popolarità. è una missione che portiamo avanti, con passione, per rendere giustizia a gruppi che non vengono considerati per ignoranza o pigrizia.

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