
Boxeur The Coeur – November Uniform (2012)
November Uniform, o anche “Paolo Iocca sulla luna”. Dieci tracce per un album uscito a gennaio col moniker Boxeur The Coeur, per la Trovarobato. Dieci tracce a spasso sulla luna tra brit-pop e elettronica. Un viaggio nello spazio di quantadue minuti in compagnia di pochi (ma buoni) amici (Gianluca Giusti, Andrea Perillo e Iosonouncane, per citarne qualcuno).
Forewords detta gli inizi del disco, perdendosi tra innumerevoli riverberi della voce. È un minuto e mezzo abbondante di psichedelia spaziale. Come un astronave che si dirige lentamente e termina la sua corsa nel parcheggio di un discoclub sulla luna. Un discoclub dove il dj non disprezza dei dischi britpop. Ed è così che parte our glowing days: che, per il suo piano presente per tutta la durata del pezzo e per alcune cose della voce, arriva a ricordare qualcosa degli A Toys Orchestra (e la citazione non è casuale).
Essay on holography è un impazzimento elettrorock che sa essere allo stesso tempo distorto e new wave. E riesce a scombinare tutto per un minuto buono (quello finale) in cui si sfiora la caoticità della no-wave.
The secret abilities è un bel momento: come un dj-set a casa dei Beatles. Un pezzo dove convivono le (già viste) atmosfere elettronicostellari e dei passaggi tipicamente britpop. Rinchiudete i Thrills in una sala giochi e immaginateli mentre cantano, accompagnati dalle colonne sonore di tutti i videogames messi insieme.
Low tide lost at sea è una sorta di intermezzo. Una pausa calma. Un pianista che fa esercizi all’aria aperta, tra zanzare e grilli, nel vento leggero e in compagnia di nessuno, se non di sè stesso, dei suoi effetti e delle sue tastiere.
Stormily reassuring ritorna su passi elettropop, come agli inizi dell’album. Tra mille tastiere che ti fanno ballare (o almeno muovere) senza problemi. Un episodio che quasi dimentica di fermarsi, di finire. E così succede che stormily reassuring continui a ronzare in dusk jockey, senza dare troppo fastidio, senza alzare troppo il volume.
In immortal bliss sembra quasi che Paolo voglia abbandonare la sua dimensione elettronica per fermarsi in una sorta di piano-rock, sempre però “disturbando” il tutto con decine di effetti e “rumori”, anche minimali. Sette minuti e passa di psichedelie ronzanti, come già successo in precedenza.
A minimal anthem è un altro bel momento: prendete un gruppo britpop, o addirittura mod, e sparateli nello spazio. Ne uscirà una canzoncina (o addirittura un “inno”) spensierata, dalla melodia che ti cattura senza problemi, guidata da un movimento di piano che ti fa muovere la testa e te la fa cantare, anche se non la conosci.
La finale an angel was seen on the crime scene, ritorna psichedelica e sconfina addirittura nel post-rock a dettare (lentamente, senza fretta) il finale di un album onesto e con belle idee.
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Luham – Blue (2011)
Lettore Mp3
Hai presente quelle notti dove non sai far altro che stare davanti allo schermo del pc, mentre le lancette dei secondi girano come protoni attorno ad un nucleo e il frigo inizia a fare lo stesso rumore della radiazione cosmica di fondo? (cose non ti capita mai?) Ecco BLUE è d’ascoltare in quei momenti di dove la mente viaggia nel sovrappensiero più totale. Esordio al cubo quest’album: sia per LUHAM; progetto solista che fonda dubstep, trance e deep-tecnho con disinvoltura; che per la giovine etichetta Plunk Records. E l’esordio è davvero interessantissimo! BLUE va ascoltato come un mantra interno della coscienza; la voce si adagia sul tessuto elettronico imbastendo paesaggi sonori davvero suggestivi, dall’esoterico trip di “YEWELL” dove l’eletronica viene declinata vs la deriva post-pop degli ultimi RADIOHEAD; alla bellissima “FIGHT” (cazzo sembra di ascoltare i primi DEEP DISH); l’ossessiva “ZENANA” naviga fra la CHILLOUT più dark diventando un trancepop da POSTRAVE! I RADIOHEAD ritornano versione KID A impastati di MOTEL CONNECTION in “ELE“; ed arriva anche la dubstep (“Blu Katrine” e “DBSt“) dove il tessuto elettronico e le basi si fanno sempre più ossessive e ritmate, quasi claustrofobiche (“SLACK“)! “BUB” è la fusione fra le due anime del disco, l’eletronica malatissima e l’alienazione da paesaggio desolato (e desolante) insomma echi di APHEX TWIN ed ORBITAL; ci sento anche un po’ di marzialità sadomaso stile EBM. “PLEASURE” è la CHILLWAVE versione LUHAM che potrebbe anche intitolarsi AMBIENT WORKS 2011. “RHALL” è forse il pezzo più “solare” che a chiusura di un album così va benissimo e stempera un po’ il clima (ma solo un po’). LUHAM potrebbe essere tantaroba per l’elettronica nostrana; fare pop con il beat siderale non è facile e a BLUE forse manca solo il singolone che ti arriva come un pugno in faccia; ma se ti lasci prendere dalle lente e gelide trame, ecco vedrai blu d’appertutto…
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Amavo – Gracefool (2012)
Ed è così che ritornarono pure le care Amavo, il duo noise veneziano. Due, come le etichette (la fu Jena Dischi che ora è un tutt’uno con FromScratch) che si sono unite per co-produrre un album breve, ma che vi farà impazzire. Gracefool, un incrocio tra “aggraziato” e “folle”, proprio come sa essere il duo di gentili donzelle che qui abbracciano batteria, chitarra e synth per far del Rumore la propria religione.
Jungle Reinhardt è come una partita a ping-pong tra chitarra e synth, con le bacchette della batteria al posto delle racchette. Tre minuti di terrorismo noise, ad anticipare l’intero lavoro della mini-band. Con synth che ronzano tutt’intorno e l’accoppiata batteria-chitarra che parte, inciampa, riparte e si stoppa. Niente da fare, le Amavo Belle erano e Belle sono. Belle, pazze, schizzate, folli e aggraziate. Gracefool, non a caso.
Jello è come la colonna sonora di Circus Charlie (ve lo ricordate?): un brano dalla struttura strana, tra ammaestratori e scimmie, tutti impazziti. Il riff di synth che fa da filo e gli altri due strumenti a (o almeno “cercare di”) tenersi in equilibrio mentre le voci, malatissime, intrattengono il pubblico presente.
Lalbume è calma, anche se non disprezza boicottate di casino, e si divincola tra ronzanti synth che fanno da tappeto a tutto il pezzo. Che poi, se ci pensi bene, sembra quasi la miccia che piano piano brucia per arrivare all’esplosione, che arriverà nella successiva for common sense is not so common: un brano ultraripetitivo e schizofrenico con un martello pneumatico che “disturba” il normale cammino del gruppo, che poi alla fine manco tanto normale è.
Penguins and pelicans mi ricorda tantissimo i Dada Swing: la stessa pazzia, la stessa vena no-wave, la stessa voglia di far rumore. È un pezzo che, per la sua pesantezza e ripetitività inciampante, riesce ad entrarti in testa e che, se non ci riesce, è pronto a sfondartela per farlo.
Top hat, nonostante l’inizio che arriva ad abbracciare gli esperimenti rumorosi de La Sedia Di Wittgenstein, è ancora iper-ripetitiva. Una caratteristica che il duo di venezia non abbandona mai, e fa bene. È noise, e questo ripetersi sempre e sempre di più, accresce tantissimo la rumorosità del prodotto finale.
Vinaccia nei suoi inizi sembra quasi un pezzo drum’n'bass. Psichedelico e sempre ripetitivo, inciampante, ipnotico, affascinante. La “calma” (per modo di dire) prima di un pezzo finale come gracefool. È nella title-track che il duo sfiora il limite della dissonanza, arrivando a ricordare (così come in certi episodi precedenti) qualcosa dei Neo.
È un album impazzito, che impazzisce sempre più col passare dei secondi, e che attenterà alla vostra salute mentale. E questo è sia un consiglio che un avvertimento.
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FromSCRATCH Records, Jena Dischi.
Duo per due: i nuovi video di Pistache e Asino.
Due video, due duo, tanta forza.
Le PISTACHE sono due ragazze di Roma, tra Chicks On Speed e Peaches per un pò di sano electroclash.
Mentre gli ASINO sono un duo di Massa Carrara, chitarra e batteria. Cantano (Urlano?) in italiano e ci regalano bei momenti di punk’n'roll (oltre che di lo-fi video degno dei migliori Ricchi & Poveri), ad anticipare l’album di prossima uscita per FromScratch e Jena Dischi.
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Putiferio – LovLovLov (2012)
“Amor, amor, amor“… ma solo dopo un “distruggere, distruggere, distruggere” o, al massimo, una storpiatura di “odio, odio, odio” uscito qualche anno fa (“Ate ate ate“, 2008). LovLovLov è il nuovo lavoro dei Putiferio, 8 tracce per tre soli strumenti, a parte le intromissioni degli amici.
Void void void, tre volte vuoto: un titolo che non rappresenta per niente quello che vi ritroverete ad ascoltare da lì a poco, giusto dopo i venti secondi di feedback iniziale. Rabbiosi fin dall’inizio, risorgendo dai fischi degli amplificatori e partendo a tutta forza tra riff mathcore pluristoppati. Che poi a due minuti prende vita un momento ultrapsichedelico con sprazzi d’elettronica “ballabile” degna dei migliori Liars o dei Kelvin, per rimanere in patria. E non è un caso, dato che è proprio Woolter (una delle menti del gruppo appena citato) a costruire questo “intermezzo” elettronico.
Noise a secchiate, anche nella successiva amazing disgrace. Senza abbandonare il gusto per i giochi di parole, nei titoli. Anche qui non mancano le distorsioni, una batteria che sa martellare come si deve e un omaggio al rock’n'roll (e al Re del genere) che, anche se è mascherato benissimo, resta sempre una fede.
Hopileptic! è un pezzo Perfetto, non mi vergogno a dirlo. Dall’alto dei suoi otto minuti di durata (che non peseranno affatto, anzi) mischierà il solito noise con sferzate math e post-hardcore, degenererà in un momento no-wave con tanto di violini che stridono (del signor Rodrigo D’Erasmo, non uno qualsiasi) su una batteria che sembra quasi esplodere. Al giungere dei quattro minuti, quando tutto è passato, si alza un leggero vento che quasi evoca atmosfere post, in cui il violino (sempre lo stesso di prima) trova la sua calma e liberazione, almeno fino a quando le chitarre non rientrano in modalità “distruzione”.
Can’t stop the dance, you chicken! – e pure se ci proverai, non ci riuscirai. È una delle cose più lineari finora, un pò come certi Lush Rimbaud o Red Worms’ Farm, a metà tra dance-punk e noise. Un altro bel momento.
Now the knife is my shrink, nei suoi primi passi sa quasi di stoner, su un rullante (poi ripreso anche dalla chitarra) che sa quasi di marcia pre-fucilazione. Il pezzo si appesantisce sempre di più nei quattro minuti della sua durata e rivela la sua vera natura solo dalla metà in poi (prima con distorsioni post-hardcore, poi con un’accellerata tutta punk).
My pitch black heart ha tante piccole anime dentro di sè: sono incalcolabili i cambi di riff e d’intensità e tutti danno un sapore nuovo al pezzo, sempre godibile fino alla fine.
Loss loss loss: danno, perdita, sconfitta, smarrimento, spreco, svantaggio… tutte cose che si possono sentire addosso in questo “trip-hop dall’inferno”, claustrofobico e cupo. Rumori tutt’intorno ed elettronica (ancora ad opera di Woolter) che collaborano in modo assolutamente perfetto. Un beat di batteria che continua anche nella finale True evil black metal, a metà tra industrial e mathcore che sempre più scivola in un mare di archi, messo lì quasi per far notare ancora di più la ripartita finale ultradistorta.
C’è da fare i complimenti al gruppo e sbattere la testa di qua e di là in onore di un album fatto così bene. Un altro bel colpo messo a segno da Macina Dischi (che in più ve lo offre pure in streaming e free download) e RobotRadio Records.
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BANDCAMP (lo streaming integrale del disco)
Etichette:
Macina Dischi (streaming e free download), RobotRadio Records.
In streaming: Orax
ORAX è il progetto solista di Orax Land (ex chitarrista degli “ei fu” XILEMA) con la collaborazione con Andrea Shiller (alle tastiere e programmazione synth). Nato nel 2010 questo progetto mette insieme sonorità di mondi lontanissimi fra loro: dall’industrial post-apocalittico di “D.A.D.O.E.S.” (il finale con omaggio a VANGELIS è da sturbo); alla witch house pompata a manetta di “STARS”; senza dimenticare l’EBM più iconoclasta e marziale(“BELIEVE”)! Pezzi dove l’amore per il glam rende le bordate HOUSE di un eleganza assoluta (“FOREVER” sembra un pezzo di BRIAN FERRY virato anni’10); la NEW WAVE fa capolino molte volte “FAITH” sembra un singolo di PETER MURPHY post-BAUHAUS. Ascoltare ORAX è come sentire le bordate alla Bloody Beetroots, con tutto lo stile della Glam-wave dei settanta e ottanta.
fra collaborazioni con etichette come DISCIPLINE (sia sempre lodata)e l’americana SEX CULT la carriera, dell’artista milanese si muove fra singoli pubblicati sulla rete che puoi trovare tutti in streaming qui!









