
Merkawa – Merkawa (2012)
Merkawa, quartetto spezzino che ha fatto del post-hardcore il suo credo.
Quattro elementi che si divincolano tra distorsioni, urla (in italiano) e pestate di batteria pesanti quanto un carrarmato. Otto brani in questo primo lavoro, self-titled, in cui si riconosce un gusto per la scrittura dei testi à la Fine Before You Came e delle sonorità un pò Death Of Anna Karina dell’ultimo periodo.
L’iniziale ultima spiaggia (scusate il vago ossimoro) ha una partenza al limite del post-rock, dove le distorsioni tardano ad arrivare. Ma che quando arrivano, a tipo quaranta secondi dalla fine, sanno dare bene forza al “ti impegni a rendermi felice / ma in fondo mi deludi“. Ed è così che l’album si apre. Ed è così che le distorsioni non si arresteranno fino alla fine. Prendete per esempio un giorno perfetto: decisamente post-hardcore, bella incazzata, con urla e distorsioni che sconfinano più volte nello screamo pur lasciando il testo comprensibile, quando serve (“non cercare l’allegria in questo mio sorriso spento / è una smorfia di dolore, un dolore che amo“). E le successive hoffmann e uxor non accennano minimamente al rallentamento, continunando tra testi scritti davvero bene (“ci tufferemo a volo d’angelo in questo mare azzurro con una pietra al collo” la prima e “brinderemo al ricordo del giorno in cui mi volevi morto, e invece a morire sei tu” la seconda.).
Nemo è più “lenta” (tra virgolette) e si avvicina ad un certo mathcore, parente stretto delle cose più post-rock del genere. Il testo è sempre urlato, ma stavolta la voce è più alta e “chiara” rispetto agli episodi precedenti. Cura è ancora in frenata, e più scura, decisamente. Con meno esplosioni distorte e riff più mathcore, come è accaduto anche nella precedente.
In orbita si trovano tutte e due le facce della band: quella più calma (in quei momenti il pezzo sembra una sorta di post-rock con il punk nel cuore) e quella delle distorsioni nervose, che a volte affiorano solo per pochi secondi. E cicloni di casini distorti, frasi ripetute in stile emocore (“mi sento ancora troppo stanco per venire in orbita con te“) e intermezzi rallentanti per riprendere fiato. Che poi nella finale dicembre impazziscono, sul serio: tra urla e schizofrenie distorte, cambi di velocità e intensità si procede verso la fine alternando corse affannose a lenti passi strisciati.
Beh, per essere un primo lavoro non è niente male. E se continuano così, al prossimo album si potrebbe addirittura urlare al “capolavoro”. Non ci resta nient’altro da fare che aspettare e, intanto, goderci queste otto tracce di puro piacere.
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