art-metal

il nuovo video de Le Maschere Di Clara.
Le Maschere di Clara sono ritornate da poco, con Anamorfosi (qui l’articolo sull’album). E come primo video/singolo hanno scelto uno dei momenti migliori dell’album. Habanera, l’esempio perfetto dell’unione classico/moderno alla base del progetto. A voi la visione e (ovviamente) l’ascolto.
LE MASCHERE DI CLARA sul web:
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Etichetta:
Black Widow Records.
Le Maschere Di Clara – Anamorfosi (2011)
ascolta Piombo (feat. Bologna Violenta):
Le Maschere Di Clara li avevo incontrati tempo fa, ai tempi dell’ep 23, e già allora mi avevano stupito. Parlandone avevo scritto ‘Quanto può essere interessante a volte mischiare elementi “classici” e “moderni”‘ e rileggendomi, dopo aver ascoltato Anamorfosi, mi dò ragione, anche stavolta. Cinquantaquattro minuti e cinquantaquattro secondi in cui la calma sembra non esistere. Tutti gli strumenti, che sono tutti allo stesso piano senza nessun protagonista (il che rende protagonisti tutti), collaborano e martellano per l’intera durata dell’album, e lo fanno davvero bene. 23.23, prima traccia che omaggia (doppiamente?) il titolo dell’ep, è una cavalcata art-metal che prende forma e aggredisce l’ascoltatore tra gli innumerevoli stop’n'go. Ed è già un inizio ottimo: musicalmente non c’è una sbavatura, un errore, un’indecisione… niente. E se prima parlavamo di “classico” e “moderno” insieme, Habanera è l’esempio perfetto di questa unione. Mette le cose in chiaro già dal titolo: un pezzo pieno, che ti stupisce già per la presenza della voce “cantata” (novità assoluta di questo lavoro), in cui gli strumenti avanzano inarrestabili verso l’omaggio finale alla Carmen di Bizet. Acheronte è il primo brano in collaborazione con Bologna Violenta: gli archi colorano le martellate di basso e batteria, la voce ricorda i Disciplinatha (ancora, così come nell’ep) ma non solo quella femminile. In apidistra fa la sua prima comparsa il piano, le atmosfere si diluiscono senza dover per forza perdere potenza. Anzi, tutt’altro: penso non ci sia bisogno che io vi faccia notare il basso com’è pesante. Sembra quasi un disco metal, ma con mille e mille elementi diversi a rendere il tutto molto particolare. E si procede così, tra mille sfumature diverse e mille omaggi. L’omaggiato, continuando, si capisce già dal titolo: Gustavo Rol, sensitivo che ha toccato anche la pittura e la musica. Qui, i nostri, si cimentano in uno strumentale dei migliori, quasi post se si tengono in considerazione i campionamenti vocali: la batteria sembra un carrarmato pronto a macinare tutto quello che si trova a portata di mano e i compagni basso+violino sono lì a dare forza, riuscendoci perfettamente. L’essenza è il brano che da più spazio alla voce. E qui devo ammettere che, chi è abituato come me a conoscerli “strumentalmente”, come nell’ep, ci metterà un pò ad abituarsi a questa novità. Ma, una volta accettata la cosa, riuscirete ad apprezzare quanto la voce riesce a fare, che comunque non è poco: in questa traccia, soprattutto, capirete che alzare la voce è una buona cosa (prendete per esempio l’urlato “si crepa“, ecco cosa intendo). Piombo è il secondo capitolo in compagnia di Nicola Manzan: altro strumentale. Penso sia inutile dire (ancora) che su queste cose il gruppo ci sa fare, e non poco. Mi limiterò solo a dire che il blues dei minuti finali, tipicamente Pink Floydiano, è una trovata che definire “geniale” sarebbe comunque troppo poco. Sonata in Re minore, in cui ancora si sentono le voci dei Disciplinatha, è un pezzo che starebbe benissimo in un teatro, data la sua violenza e teatralità. Con venere si ritorna su coordinate art-metal, tra voci urlate e martellate di batteria-violino-basso, a fare quasi da apri-porte ad una nostra vecchia conoscenza: Porpora, pezzo presente già nell’ep. Qui che capirete il mio paragone con la voce femminile dei Disciplinatha, ancora una volta, come nell’ep. Con Vienna dorme il finale si fa strano: un brano guidato dal piano, che riesce quasi a ricordare i pezzi pianistici dei Muse. Un finale stupendo per un album quasi vicino alla perfezione. Un lavoro che definire ottimo potrebbe addirittura essere riduttivo.
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