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art-rock

Le Maschere Di Clara – 23 [ep] (2010)

cosa succede quando metti insieme tre ragazzi con la passione sia per la musica classica sia per i suoni distorti? accade che ti viene fuori un lavoro del genere, un lavoro pieno di esperimenti, di salti da un genere all'altro, dalla letteratura alla musica. stracolmo di intrecci interessanti tra le tre voci e l'insieme degli strumenti. l'armamentario base, costituito da pianoforte, basso, violino e batteria potrebbe far pensare ad una formazione post-rock, ma l'atteggiamento, scoprirete, è più verso il prog. generi, comunque, che sono presenti entrambi, ma non sono gli unici: all'interno di questo ep di sole quattro tracce troverete elementi hard rock, noise, arty, folk e reading. si reading, perchè i testi non sono cantati, se non poche volte, ma sono declamati per dare maggior forza a quello che viene detto. nella ventina di minuti che compongono l'ep di elementi che possono affascinarvi ce ne sono, e tanti: in "porpora" vi sono stacchi basso/batteria in piena tradizione noiserock, che riportano alla mente tanti gruppi della scena italiana attuale (i Zeus! per dirne uno), supportati dal notevole lavoro del violino; ma non solo, a metà brano tutto si addolcisce lievemente con l'entrata della voce femminile che per qualche sfumatura ricorda la voce dei Disciplinatha (quella femminile, ovviamente). i riff di basso di "frammenti" invece riportano alla mente l'hard rock mentre il cantato, stavolta maschile, si tiene a metà tra reading apocalittico e cantato rabbioso riuscendo a creare un'altalenanza molto interessante. "la scala di escher", malgrado l'intro popolarfuorviante, si mantiene a metà tra elementi post ed esplosioni noise, con la batteria che riesce a toccare punte di velocità e complessità vicinissime a quelle elettroniche dei 65dos e il violino che, con la sua schizofrenicità, riporta alla mente alcuni postrockers di area canadese (vedi gli Hangedup). tutto questo a formare un brano di otto minuti che scivola via che è una meraviglia, senza pesare assolutamente ma che ti lascia ben scosso. la finale "sogni estinti" vede al suo interno tutto ciò che nei tre pezzi precedenti c'ha presentato il gruppo: piano, basso, violino, le tre voci, il rumore, la calma, il reading, le esplosioni, l'attesa. tutti elementi atti a farti capire quanto un lavoro del genere può lasciarti e quanto può essere interessante a volte mischiare elementi "classici" e "moderni". dopo un così buon lavoro, non ci resta che attendere per un full-lenght, vogliosi di novità di questo calibro.

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etichetta: Jestrai

el-ghor – mercì cucù (seahorse, 2009)

01 monsier paul (video)
02 j'arrive à voir
03 mémoire aide moi
04 laisse nous la mer
05 cucù-tète
06 qu'est-ce que nùvous voulez?
07 miss marianne
08 rien n'est parfait (video)
09 je dors debout
10 nessuno mi risponde

Essere una band italiana e cantare in italiano è una scommessa. Ma essere una band italiana (napoletana, per essere precisi) e scegliere di cantare in francese, può essere allo stesso tempo invitante e rischioso. Quello che offre il gruppo partenopeo è, comunque, un incrocio tra post-punk mai troppo distorto, ma che sa essere molto veloce e con un buon ritornello (“j’arrive à voir”, “rien n‘est parfait“), un art rock colorato da fiati, tastiere con arrangiamenti che un po’ richiamano i Clinic (come in “cucù-tète”, bel strumentale di meno di due minuti) e addirittura qualcosa di puramente post-rock (“mémoire aide moi“, “qu‘est-ce que nùvous voulez?“), con tanto di campanelline e archi, che stupendamente riescono a creare l’atmosfera giusta senza far notare così tanto la virata di stile. La ricetta di base è semplice ma, anche quando si rimane solo su basso-batteria-chitarra, c’è sempre qualcosa di particolare che ti fa innamorare un po’ di più, qualcosa di particolare che può essere una tromba o una tastiera ma anche una certa sfumatura/incazzatura della voce. L’uso del francese ci fa immaginare il gruppo che, in passato, ha speso del tempo ascoltando gruppi come Noir Dèsir o Ulan Bator. L’album si conclude con “nessuno mi risponde”, altro strumentale (se si escludono gli ultimi due secondi) che promette molto bene; se questo è il sound personalissimo del gruppo, qualcuno dovrà per forza rispondere.

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