
Bancale – S/T ep (2008)
Un ep di 5 tracce, una chitarra, una batteria e una voce, pochi fronzoli melodici, un acid-blues minimale e nichilista che s’insinua sotto la pelle dell’ascoltatore e cresce come una pianta infestante al suo interno.
La descrizione del prodotto discografico del trio bergamasco Bancale potrebbe interrompersi qui, se volessimo assecondare la volontà minimalista del gruppo e se, nella sua ricercata semplicità, questo lavoro non racchiudesse così tante sfaccettature. La struttura portante del progetto richiama subito alla mente le sperimentazioni del duo Succi – Dorella, negli ormai celebri Bachi Da Pietra: i testi bui e criptici rimandano ad una realtà provinciale fatta di disagio e abbandono, sembrano scritti da un nostrano McCarthy, recitati col distacco nichilistico di chi sa che le cose difficilmente muteranno. Il tappeto musicale, figlio di un blues-rock industriale, è retto dai suoni graffianti e striduli della chitarra, ciò che di più lontano da una linea melodica si possa immaginare, i quali arrivano spesso a sommergere il malcapitato ascoltatore in veri e propri marasmi noise (“Corteccia”). Il cadenzato accompagnamento ritmico è affidato al particolare drumkit del batterista degli Infarto: Scheisse!: timpani, cassa, rullante e due lastre di lamiera, che lacerano stridenti l’incedere dei brani (“Crinale”).
L’ep scorre denso e melmoso per una ventina di minuti. Si apre con “Coproduci”, istantanea kafkiana della quotidianità alienante, cancro della società odierna, segue “Corteccia”, uno dei migliori pezzi dell’album: testi ancor più ermetici, la sofferenza e l’isolamento scanditi dal rumore stridente della chitarra e dall’essenzialità slintiana della batteria. In “Crinale” la voce si fa quasi cantata, il blues è sempre acido ma più aperto ad una forma melodica, forse è rabbia che s’insinua nel distacco nichilista del trio. Le due fosche nenie “Dolore” e “Crepa” lasciano, già dal titolo, intuire il colore dei pezzi, sempre sviluppati intorno al tema di un noise-blues cerebrale ed oscuro.
Un disco davvero ben fatto, anche dal punto di vista del mixaggio e dell’artwork, un genere abbastanza criptico e poco easy-listening ma che, una volta assimilato, risulta una valida ed intelligente alternativa all’onnipresente post-rock.
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