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- BURIED INSIDE

buried inside – spoils of failure (2009)

L’affermazione in ambito internazionale dello sludge, quello derivato in massima parte dalla fusione di doom metal e post-hardcore, ha portato alla ribalta un considerevole numero di gruppi, che con gli anni si sono imposti come importanti realtà del rock alternativo (Isis, Cult Of Luna, Pelican su tutti).  I Buried Inside (quintetto canadese) si possono inserire in questo filone, ma al contempo essi se ne staccano nettamente, per diversi elementi caratterizzanti. In particolare con questo ultimo “Spoils Of Failure”, la band raggiunge la piena maturità, riuscendo a trascendere le varie componenti che costituiscono il loro sound (il post-hardcore e lo sludge, appunto, ma anche il grind e l’hardcore in senso più ampio), generando un qualcosa di ben definito e, soprattutto, originale. I Nostri provengono dal Canada, dicevamo, e appunto dalle algide atmosfere di casa traggono la maggiore ispirazione: le sensazioni dominanti, che si percepiscono, sin dal primo ascolto, sono la glacialità e l’isolamento in cui si viene gettati, quasi a voler suggerire l’impotenza dell’uomo contemporaneo nei confronti di una natura aspra, ostile e annichilente. A farla da padrone per tutta la durata del disco, sono le due chitarre (E. Sayer, A. Tweedy), pesantemente distorte e cariche di feedback, unite nel creare il “muro sonoro” acido e denso, marchio di fabbrica della band, all’interno del quale s’insinua la splendida voce di Nick Von Shaw (lead voice e synth): uno scream strozzato e roco, carico di rabbia e disperazione, a cui fanno da contraltare le voci più gutturali di Tweedy e S. Martin (basso). La batteria (M. Godbout) detta i tempi ultra-dilatati (anche con una discreta complessità compositiva), ma è quasi sempre lontana, sullo sfondo, sommersa dalla cacofonia, generata dalle 4 e 6 corde, anzi, prendendovi parte nei momenti topici (paradigmatica la parte centrale di “II”). L’album è costituito da 8 brani, per una durata complessiva di quasi un’ora, senza titolo (indicati secondo la numerazione romana) ad indicare la vastità e complessità delle tematiche trattate, seguendo il tema centrale dell’alienazione dell’uomo-macchina nei confronti di sé stesso, del proprio pensiero e della realtà circostante (“No defence against the indefensible. The space between words and things is total”.  “Give us ghetto walls, bricked word by word.(…) Give us new life, over telegraph wires.”). Proprio I testi, criptici, densi di citazioni e metafore, sono uno dei punti di forza della combo canadese. Descrivere singolarmente i vari brani sarebbe un’impresa (quasi) impossibile, tanto è forte l’unità compositiva dell’album; in linea di massima le varie tracce presentano una struttura simile: un avvio post-rockeggiante/atmosferico relativamente “tranquillo”, prontamente distrutto dal pesante attacco chitarre-basso-voce: le tre componenti si integrano perfettamente fra loro, raggiungendo apici di violenza di impronta tipicamente grind, anche grazie all’impatto sonoro delle tre voci. In mezzo a questa devastazione si possono apprezzare riffage chitarristici talvolta molto azzeccati (in particolare in “IV”) reiterati a lungo in maniera cangiante, secondo l’insegnamento dei “maestri” Isis. Perla dell’album, “III”, vive dell’alternarsi di momenti di quiete e di brusche aggressioni sonore, nel corso dei suoi 11 minuti, oltre a presentare una splendida sezione ritmica. In definitiva un lavoro solido forse gravato dall’eccessiva complessità di ascolto, sicuramente consigliatissimo agli appassionati del genere, che troveranno elementi di novità graditi.

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– articolo scritto da oGhRe. –

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