
A/v.ep #3

Trillino le chitarre e fischino gli amplificatori, è giunta tra di voi, per le vostre orecchie la terza compila di A/v. che d'ora in poi si trasferiscono definitivamente su myspace.
e stavolta si festeggia in modo rumoroso saltando dal post-punk dei Golfclvb all'elettronoise di Kassyus Clay e Lush Rimbaud, dal bass-rock rumoroso di Zeus! e Mumble Mumble Mumble al gypsyjazzcore dei Jealousy Party, dal punkasino di Microwave with Marge e Andy Fag & the Real Men al mathrock dei Dispositivo per il Lancio Obliquo di una Sferetta, fino all'arty-noise di Ghatanothoa e Le Maschere di Clara.
una bella scossa di casino insomma, buon ascolto ;)
LA COMPILA LA TROVATE QUI.
dispositivo per il lancio obliquo di una sferetta – rembrandt era eccezionale (con tutte quelle luci) (2009)
C’è qualcosa in te che non va bene quando decidi di chiamare il tuo gruppo DISPOSITIVO PER IL LANCIO OBLIQUO DI UNA SFERETTA invece di chiamarlo semplicemente catapulta, o qualcosa del genere. C’è qualcosa in te che ti fa complicare anche le cose più semplici. E un lavoro come Rembrandt era eccezionale (con tutte quelle luci), sembra concepito proprio in questa ottica. Un lavoro che si apre con Sono tempi d’oro per mastella, un intro che stravolge totalmente ciò che si sentirà già dalla seconda traccia. Un intro che sta lì come a dire “l’album inizia fra poco, devo giusto finire questa partita a Wonderboy”. E finita questa partita, l’album prende il via per quello che realmente è. Vibrione è in pieno un brano math-rock, che inizia come tale, si diluisce un po’ a metà della sua durata e si riprende degenerando sempre più tra riff ripetitivi di chitarra e scariche di batteria, fino a perdersi in dettagli glitch. E se l’intro di Serena ghandi vi riporta alla mente qualcosa dei R.U.N.I. sappiate che è, anche questo, solo qualcosa di fuorviante. Perché questo brano si divide in due parti (immaginarie): nella prima gli incroci delle chitarre e le scariche di batteria arrivano a ricordare, perché no, qualcosa di Zach Hill piuttosto che qualcosa di italiano; la seconda – che sicuramente si ricorda di più – è una degenerazione velocissima e violenta che prende forma e cresce fino ad esplodere. Anche Pensacola è divisibile in più parti: dopo un intro a metà tra pennate veloci quasi postrocchiane e numeri di batteria altamente rumorosi si passa ad un altalenante pattern strumentale disturbato da gracchi vocali che culminano in una risata quando, beh, tutto non si regge più; e poi ancora uno stacco di arpeggi che una synth-esplosione fa diventare un finale rumorosissimo. E per complicare tutto, cosa c’è di meglio che dividere un brano al suo interno e poi un altro farlo continuare, quasi come se il precedente non finisse? E’ ciò che accade con Spada laser fortissimo, attaccata alla precedente, che quasi non ti accorgi che è iniziata. I riff di chitarra stanno benissimo in linea con la migliore tradizione matematica e ripetitiva, mentre batteria e basso a volte seguono, a volte interrompono. Pure Capitan America continua senza fermarsi, senza distaccarsi dal pezzo precedente. Gli intrecci si distruggono piano piano, si distorcono sempre di più. E tutto ciò con l’aiuto del synth diventa una sorta di colonna sonora per film di fantascienza, sempre e comunque boicottati da raffiche di distorsioni. E si continua ancora, Rembrandt, da considerare title-track se si accorcia il titolo dell’album, arriva a chiudere questa immaginaria suite di venti minuti (li ho contati, fidatevi). Distruttiva e potente, come ben ci ha abituato il gruppo finora, si calma dopo soli due minuti per lasciare spazio ad un lento tappeto di suoni diluiti, quasi ambient senza evitare anche di distruggerlo. Ambient che non arriva nemmeno a fine pezzo. Tanto da disintegrare ce n’è, e tanto pure. Tutte le influenze, le citazioni… tutte inserite, certo… Ma boicottandole sempre. Abigaille vede una stupenda collaborazione di chitarra, batteria, effetti e chi più ne ha, anche solo da immaginare, ne metta. Collaborazione che resta solo un tappeto strumentale sotto tre minuti di sci-fi recitato. Chiude questo album Jesus Christ (was ugly), che mischia l’elemento math-rock così amato dal gruppo a dettagli post-rock, tenuti su solo per poco. Perché fino all’ultimo secondo dev’esserci una scossa pronta a distruggere le nostre povere orecchie. E se questo è quello che volevamo, com’è successo a me, non può che rendere questo album, un album davvero ben fatto.
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