
“Brown Focus” di Bungalow62 anticipa MAD, BAD, DEAD in uscita a fine marzo.
Bungalow62, cantautore marchigiano in bilico tra folk e indiepop, anticipa l’uscita di Mad, bad, dead (20 marzo) con il video di Brown Focus. Un brano che fa immaginare le strade di Parigi nel tardo pomeriggio, o la culla di un bambino nell’ora del riposo.
Il video è realizzato da Massimiliano Bartolini (già con Afterhours e Baustelle) ed è girato a San Benedetto del Tronto, casa sia dell’artista che del regista.
Girless & The Orphan – The Epic Epitaph Of Our Ephemeral Epileptic Epoch (2011)
I ragazzi della Stop! Records sono un pò come una grande famiglia. E in una famiglia ci si aiuta tutti. E quindi non ci dobbiamo stupire se, come succede in questo The Epic Epitaph Of Our Ephemeral Epileptic Epoch di Girless & The Orphan, spunta un Shelly Johnson Broke My Heart o un Delay_House (compagni d’etichetta, comunque) a suonare quello o questo strumento. L’ep, che dura pochissimo più di dieci minuti, cammina in bilico tra folk e punk, tanto che l’etichetta definisce il duo una coppia di punkautori. A dare il via alle danze è dura lex sed luthor, appartenente alla prima categoria. Un tipico brano folk, chitarre e voce con una tastiera che colora a malapena la tela messa su dal duo. Un pezzo che riesce a colpire, anche chi non ama il genere (tipo me, per esempio), per il suo essere allo stesso tempo semplice e Bello (con la B maiuscola, certo). Con London si vira su coordinate folk-punk, avvicinabile a qualcosa dei primi Zen Circus. Una canzone di grande forza che ci introduce all’anima (anche)punk del duo. E con this parking lot, si cambia ancora, andando a frenare su cose indiepop, con spruzzate di tromba in pieno stile. Mentre le distorsioni riaffiorano nella finale (pro) creating your career, altro bel momento che in più di un passaggio d’accordi ricorda I wanna be your boyfriend dei Ramones, ma come se questi non avessero mai usato una distorsione. Insomma, alla fine si può dire che l’orecchiabilità è dannatamente di casa in questo quattro-tracce, che riuscirebbe a catturare l’attenzione anche dei più scettici. Quelli che storcono il naso a vedere troppe chitarre acustiche, per capirci. Fate una prova, scaricatevi The Epic Epitaph Of Our Ephemeral Epileptic Epoch dal sito della Stop! Records o dal soundcloud del duo, e poi mi direte.
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il nuovo video degli On My Shoulders.
Una spensierata ballata voce e chitarra, che un bel pò rimanda al britpop. Con passaggi Beatlesiani e vocalità à la Lou Reed. Questa è la cover di Apples and Tangerines (originariamente di The Phoenix Foundation dalla colonna sonora di Eagle Vs. Shark) rifatta dagli On My Shoulders.
Una breve chiacchierata con Black Eyed Dog.

A/v. Ciao Black Eyed Dog anche se sei già al terzo album, per qualcuno potresti essere una novità, che ne dici di spendere due parole su di te? Cominciamo col dire cosa e chi ti ha dato qualcosa nella vita? Bukowski e Drake, sicuro, ma c’è dell’altro?
Black Eyed Dog: Il progetto Black Eyed Dog nasce nel 2006/2007. Principalmente erano le canzoni che suonavo nella mia camera, senza alcuna prospettiva. Venivo da anni passati suonando in bands influenzate dai gruppi della Sst Records o i primi della Sub Pop: Husker dü, Screaming Trees, Green River etc etc… Quando poi accantonai per qualche tempo le distorsioni, solo per poco, mi concentrai più sulla composizione in forma più strettamente cantautoriale di una serie di brani che diedero corpo al mio primo lavoro liberamente ispirato alla poetica di Charles Bukowski: Love is a Dog from Hell del 2007 (Ghost Records/Audioglobe). L’approccio alla chitarra acustica avvenne in modo piuttosto naturale ma dubito sarebbe stato cosi catartico se in quegli anni non mi fossi trovato tra le mani Bryter Later di Nick Drake. L’impatto con la musica di Drake fu devastante per qualche anno della mia vita: notti passate a scordare la chitarra, cercando quelle accordature, codificando e facendo mie le strofe, decifrandone la metrica perfetta.
A/v. Parliamo un pò di chi ti ascolta… Cosa è cambiato da parte di chi ti segue dagli inizi ad ora?…e viceversa? come sei cambiato tu dal primo lavoro ad adesso?B.E.D: Cerco di fare si che la musica segua il suo normale corso evolutivo. Una canzone non ha mai una sola “faccia”: una canzone è un insieme di maschere che si susseguono. Rispetto al primo lavoro, molti pezzi sono totalmente cambiati nella attuale veste live, si sono sviluppati, sono andati oltre… Il che può essere un pò destabilizzante per chi è abituato ad ascoltare una canzone in un dato modo e si aspetta, venendo ad un concerto, di sentirla tale e quale al disco che ascolti a casa o in macchina. Quello che sento è una maggiore attenzione da parte di chi ascolta rispetto ai primi tempi, forse una predisposizione diversa…
A/v. Si, per fortuna chi va ai concerti ha aperto un pò la mente riespetto ai tempi passati, e questo non può che essere un bene… quali sono le situazioni live che più ti coinvolgono?
B.E.D: Quasi tutti i live sono belli a loro modo. Nel senso che ogni stanza sia essa un Teatro o un locale suona in modo diverso, unico a suo modo. L’unicità delle singole differenza che ogni luogo dove suoni ha da offrirti è uno degli aspetti più gratificanti del suonare in giro.
A/v. secondo te c’è gusto in italia ad essere intelligenti? mi spiego meglio, in realtà l’ho fatta così solo perchè mi piaceva l’idea di citare gli Skiantos: Secondo te è meglio cercare di confezionare una cosa ben fatta, studiata bene oppure basta solo fare soldi e diventare famosi? Ecco, la domanda era questa, ma la risposta è ovvia (a meno che non vuoi sorprenderci rispondendo “ovvio che lo faccio per soldi”). Quindi cambio ancora: Tu perchè lo fai?
B.E.D: Ma, a dire il vero, secondo me, sono proprio le cose ben fatte e studiate a tavolino che fanno fare soldi in questo ambiente, che prendono quel sapore pre confezionato ed edulcorato che a me proprio non va giù. Credo molto di più in una istintività creativa che abbia il sopravvento sull’intero processo realizzativo di un disco. Certo, con le dovute accortezze, ma sono un sostenitore convinto del “buona la prima”.
A/v. Anche noi, decisamente. E poi un lavoro dovrebbe “essere apprezzato” per quello che è, non perchè “fa quello che il pubblico vuole”… Cosa stai architettando per il futuro? ho letto di un lavoro in uscita per fine anno… anticipa qualcosa, dai dai dai.
B.E.D: C’è si un lavoro che sta pendendo forma concreta. Il progetto B.e.d. ha avuto la fortuna di incorporare a se il preziosissimo contributo di Anna Balestrieri ed Alessandro Falzone. Due persone speciali che sono divenute compagni d’avventura e parte integrante di Black Eyed Dog. Insieme,negli intervalli dei tour stiamo lavorando al nuovo album. Inoltre ai concerti si trova l’ep “la canzone di Chico“. Esperimento in lingua italiana che abbiamo destinato, per il momento, solo ad una distribuzione “D.I.Y”, attraverso i concerti. Registrato a Zen Arcade con la produzione dell’amico Cesare Basile.
A/v. Tu ci vuoi bene? Noi si, tanto… se anche tu ce ne vuoi, dimostraci un pò d’affetto, in qualsiasi modo.
B.E.D: Lo lascio dire a Leonard Cohen…
Ma che ti posso dire delle migrazioni
quando in questo cielo vuoto
i fantasmi esatti degli uccelli d’Estate ormai partiti
tracciano ancora antichi segni;
o dei voli disperati
quando il più tenue battito di un’ala colorata
Incita tutte le nostre strade preferite
a deliziarsi in una primavera immaginaria…
il nuovo video dei Goldaline, My Dear.
Foglie che si muovono, natura, animali, “chitarre acustiche + timidezza“: il video di Mark L, dei Goldaline, My Dear. Video puntalmente autunnale.
L’ep How We Say Goodbye And Leave è in free download sul sito dell’etichetta, Stop! Records.
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Bancale – S/T ep (2008)
Un ep di 5 tracce, una chitarra, una batteria e una voce, pochi fronzoli melodici, un acid-blues minimale e nichilista che s’insinua sotto la pelle dell’ascoltatore e cresce come una pianta infestante al suo interno.
La descrizione del prodotto discografico del trio bergamasco Bancale potrebbe interrompersi qui, se volessimo assecondare la volontà minimalista del gruppo e se, nella sua ricercata semplicità, questo lavoro non racchiudesse così tante sfaccettature. La struttura portante del progetto richiama subito alla mente le sperimentazioni del duo Succi – Dorella, negli ormai celebri Bachi Da Pietra: i testi bui e criptici rimandano ad una realtà provinciale fatta di disagio e abbandono, sembrano scritti da un nostrano McCarthy, recitati col distacco nichilistico di chi sa che le cose difficilmente muteranno. Il tappeto musicale, figlio di un blues-rock industriale, è retto dai suoni graffianti e striduli della chitarra, ciò che di più lontano da una linea melodica si possa immaginare, i quali arrivano spesso a sommergere il malcapitato ascoltatore in veri e propri marasmi noise (“Corteccia”). Il cadenzato accompagnamento ritmico è affidato al particolare drumkit del batterista degli Infarto: Scheisse!: timpani, cassa, rullante e due lastre di lamiera, che lacerano stridenti l’incedere dei brani (“Crinale”).
L’ep scorre denso e melmoso per una ventina di minuti. Si apre con “Coproduci”, istantanea kafkiana della quotidianità alienante, cancro della società odierna, segue “Corteccia”, uno dei migliori pezzi dell’album: testi ancor più ermetici, la sofferenza e l’isolamento scanditi dal rumore stridente della chitarra e dall’essenzialità slintiana della batteria. In “Crinale” la voce si fa quasi cantata, il blues è sempre acido ma più aperto ad una forma melodica, forse è rabbia che s’insinua nel distacco nichilista del trio. Le due fosche nenie “Dolore” e “Crepa” lasciano, già dal titolo, intuire il colore dei pezzi, sempre sviluppati intorno al tema di un noise-blues cerebrale ed oscuro.
Un disco davvero ben fatto, anche dal punto di vista del mixaggio e dell’artwork, un genere abbastanza criptico e poco easy-listening ma che, una volta assimilato, risulta una valida ed intelligente alternativa all’onnipresente post-rock.
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il pan del diavolo – sono all'osso (2010)
In due, chitarre e grancassa, riportano alla mente il folk’n'roll di Edoardo Bennato ma anche il folk-rock che si porta così tanto ultimamente, il blues e il country, che quasi ti fa vedere i cavalli. Ti emozionano con gli incroci creati dalle due chitarre, ma anche col cantato (ovviamente anche a due voci) che sembra proprio sputato fuori, al limite della voce. "Sono all’osso" arriva da La tempesta, agli inizi dI quest’anno portando quello elencato prima, e qualcosa di più. Sono elettrici, malgrado l’acusticità, e stimolanti, ti fanno muovere, ti fanno ballare, ti trascinano con loro attraverso l’album riuscendo (a volte di più, altre di meno) a lasciarti senza fiato. "farà cadere lei" è la traccia che apre l’album, una delle migliori dell’intero lavoro, anche se questo, nella sua poco-più-di-mezz’ora, risulta un tutt’uno affascinante. Un suono classico, da montagne o praterie, per parlare dei nostri giorni. Il suono è schietto e veloce, come un punk-acustico dei colleghi Zen Circus (vedi "bomba nel cuore") o un blues-punk-rocchenroll isterico e divertente ("lux interior", in cui si censurano come fecero qualche tempo fa gli Offlaga Disco Pax), che però non sa rinunciare ad alcune belle ballate ("africa" e "scarpette a punta") che, sì, rallentano l’album ma vabbè. La title-track "sono all’osso", è – a parer mio – una delle cose meglio cantate dell’ultimo decennio. La voce è tesa, supportata dalle chitarre (una acustica e l’altra tremolo-ante), che quando sembra non reggere (mi riferisco a: "…il crocifisso è capovolto") risulta ancora più affascinante. Una buona mezzora, insomma, di divertimento che in musica non fa mai male: dimostrando così, che a volte non serve proprio essere sperimentali o estremisti per rendere piacevole l’ascolto.
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etichetta: la tempesta









