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garage rock revival

The Peawees – Leave It Behind (2011)

Peawees non è di certo una band nata oggi. Ha una vita di oltre dieci anni alle spalle, con un bel pò di dischi fatti uscire finora. Leave It Behind, venuto alla luce nel 2011, è il loro quinto album. Undici tracce tra garage e rock’n'roll, piccole incursioni nella newest wave ed echi addirittura mod. Ci vuole davvero poco per collocare un lavoro del genere: ogni pezzo ti suggerisce diverse cose che, messe insieme, danno vita ad un puzzle davvero piacevole all’ascolto.

Già dagli inizi, con food for my soul, ci sono i primi suggerimenti. C’è la chitarra di Mick Collins (dei Gories ma soprattutto dei Dirtbombs) ma soprattutto una invasione di fiati e piano che puntano a far agitare culi, riuscendoci perfettamente. Gonna tell, invece, per certi aspetti, mi ha ricordato “walls come tumbling down!” degli Style Council di Paul Weller e compagnia bella. Il gruppo sconfina nel rhythm and blues, ondeggia, fa ballare e a volte scivola nel tre quarti (diggin’ the sound, poco più avanti). Con memories are gone si resta su determinate sonorità, ma la presenza dell’armonica iniziale ci porta in Italia. Come il Paul Weller di prima che se ne va a bere una birra ad un concerto dei Mojomatics, che ritornano anche in danger e need a reason. E ancora, don’t knock at my door è una newest wave da far west. Il processo inverso del pezzo precedente: ora sono i Mojomatics a spostarsi per guardarsi un live dei Last Shadow Puppets. Con la title-track si resta sempre su cose che ricordano Turner, con gli Arctic Monkeys del loro secondo album. Ma come se questo avesse abusato di sigarette ed alcol, senza che questo, poi, sia necessariamente un problema.
E poi, quando meno te lo aspetti, ti spunta un punk’n'roll come the place. Un pezzo che ti spinge al movimento, al pogo, alla danza, all’handclapping, all’headbanging. A qualsiasi cosa, basta che ti muovi. Un pezzo veloce e sparato, come gli inizi dell’album, in cui il gruppo dà il meglio di sè. Con un assolo di piano finale degno di Chuck Berry e Little Richard.
E poi c’è il finale: count me out. La ballata. La frenata finale per un album che scivola via che è una meraviglia. Tranne, forse, per quest’ultima nota, che mi ha fatto storcere un pò il naso. Ma vabbè, una su undici, ci può anche stare.

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Etichetta:
Railways Recordings, Wild Honey Records.

A Small Document – The New Middle Age (2011)

ascolta song of Robespierre:

“Insolita Orchestra Psichedelica” è la definizione che si auto-attribuiscono gli A Small Document, trio toscano con membri di Los Dragos, Casanovas e Centherbe. E di psichedelia in The New Middle Age, album uscito a marzo duemilaundici, ce n’è un bel pò. E c’è tanto blues rock, c’è tanto rock’n'roll, ci sono tanti anni sessanta e settanta suonati, però, con sonorità più vicine ai giorni nostri. Armati solo di chitarra, batteria e voci i tre muovono i primi passi con muddling head nella quale mettono subito in chiaro le coordinate principali del loro sound: rock’n'roll e garage a secchiate per suonare scarni pur riuscendo a trascinare l’ascoltatore. The new middle age ricorda un pò (per la voce) il Bob Dylan di Like a rolling stone: un pezzo rock’n'roll dei migliori, che ti entra in testa e difficilmente ne uscirà, se non dopo un bel pò di tempo. E poi lasciatemi citare la falsa partenza sui due minuti, che – ascoltandola – mi ha reso davvero felice. Con song of Robespierre si cambiano un pò le sonorità, ma non lo spirito di fondo: due minuti appena (troppo pochi, secondo me – ma in fondo il pezzo è bello anche per questo) di breve e veloce psycho-punk. New Strange Red Flavour si tiene sempre sul rock’n'roll anche se spara gli amplificatori a mille abbondando con le distorsioni. La brusca frenata arriva con shock down, che rallenta l’album in un pesante blues psichedelico (un pò Soundgarden, un pò Kula Shaker), diluito e visionario che dai cinque minuti in poi rimane nell’aria a planare tra i vari feedback. E anche word’s loser, più o meno ha la stessa struttura, anche se come pezzo è più diretto, più veloce. Dopo i quattro minuti, invece dei feedback visti in precedenza ci troviamo a vagare in un deserto psichedelico, tra echi vocali e lenti incedere strumentali. A far da ponte tra i due brani c’è mind’s balloon, con quell’avanzare tipico dei pezzi che sanno catturarti. Un brano che a me ha ricordato queen bitch di David Bowie, anche se non saprei spiegare bene il perchè. Dopo due tracce – Billy boy’s trip e desert road – che riportano alla mente gli episodi rock’n'roll iniziali, ci troviamo a spendere gli ultimi minuti con Frank has gone: di nuovo un desertico hard rock, pesante e distorto, non proprio velocissimo, che chiude così la “nuova età di mezzo”, tre quarti d’ora in buona compagnia di rock’n'roll e scivolate nell’harder.

gli A SMALL DOCUMENT sul web:
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Etichetta:
Black Nutria.

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