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indie-pop

Musica da Cucina – Musica Da Cucina (2011)

È il secondo lavoro per Fabio Bonelli, in arte Musica Da Cucina (che è il nome sia del progetto che dei due album usciti finora). Uscito a fine 2011 è una passeggiata tra i vari attrezzi da cucina. Tra mille camere da pranzo, ma non solo.

L’album è “facile” da ascoltare, ma non facile da capire. Bisogna chiudere gli occhi ed avere grande immaginazione per comprendere a fondo ogni minimo suono. Non c’è l’impatto visivo del live ad aiutarvi, quindi: occhi chiusi e premete play. Fin dai primi secondi sarà riconoscibile la voglia di fondere sonorità indie pop, leggere e dolci, con rumorisimi “da cucina”. Già da arigna, vera e propria introduzione nelle sonorità di Fabio: settantatre secondi tra pianoforte, chitarra e il cassetto delle posate. Lungo il Mera è la colonna sonora, in stile post-rock, di un picnic lungo il fiume.
A volte spunta pure una voce a colorare il lavoro, come accade in today: un pop dolce, breve e piacevole. Mentre, altre volte, ci si tiene bassi, a suonare giusto per creare l’atmosfera adatta. Elvira e Amelia si ripete e si sviluppa tra archi di carta stagnola, arpe tagliauova e percussioni di posate in argento.
E poi c’è quel momento in cui, a tavola, pensi già al riposino post-pranzo. Quel momento in cui, subito dopo il caffè, stai per alzarti. Il momento in cui togli le tazzine dal tavolo e poi sei libero: the rest song è la colonna sonora ideale per questo tipo di attività (così anche come shager), tra rumori di piattini, cucchiaini e gocce di caffè sul foglio dove hai scritto le poche righe del testo. O se non vi piace il caffè, a metà pomeriggio concedetevi altro: zeffirina è un intermezzo basso e psichedelico, come soffiare con una cannuccia in una tazza di tè. E ancora psichedelica è tanta neve, piedi freddi, anche se, a giudicare dagli effetti, parlerei più d’acqua e non di neve.
Tanti piccoli chicchi di riso che sorridono felici è uno scoppiettante happy-pop tra riso saltellante e voci che scorrono attraverso un imbuto.
For Ellen è la colonna sonora di una cena a lume di candela in un piccolissimo ristorante parigino: una coppia che cena, luce soffusa, e la musica che – leggera – vola attraverso una finestra aperta, poco più in là.
E poi come una mamma che ti dice “Oggi ti porto dalla nonna…” arriva lieviti tu o lievito io, nonna?. Così passi il pomeriggio tra i mille rumori di una casa come quelle che ora non esistono più: tra orologi pesanti che sottolineano ogni secondo e la stufa a legna in cui scoppietta il fuoco acceso, tra finestre chiuse male e spifferi di vento tutti intorno.
Il finale poi, pasta madre, è un ripetitivo outro: come una lunga camminata tra timer e sveglie diluite.

Un progetto che forse rende meglio nei live, ma che comunque – con un bel pò di attenzione durante l’ascolto – può regalare belle sorprese e soddisfazioni.

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Etichetta:
Long Song Records.

“Brown Focus” di Bungalow62 anticipa MAD, BAD, DEAD in uscita a fine marzo.

Bungalow62, cantautore marchigiano in bilico tra folk e indiepop, anticipa l’uscita di Mad, bad, dead (20 marzo) con il video di Brown Focus. Un brano che fa immaginare le strade di Parigi nel tardo pomeriggio, o la culla di un bambino nell’ora del riposo.

Il video è realizzato da Massimiliano Bartolini (già con Afterhours e Baustelle) ed è girato a San Benedetto del Tronto, casa sia dell’artista che del regista.

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Abiku – Technicolor (2011)

Mi ricordo che ero annoiato ed era notte fonda, o almeno penso… Quando vedo su facciadifacebook un post con una canzone: “Studio System Blues“. Play e BOOM! Come fosse una donna dai capelli castano chiari, me ne innamoro perdutamente (e daje!)! Ok lo so che ora vi sembrerò un parente da “amici di mario de filippa” degli ABIKU; ma lo sapete che non ho mezze misure o odio profondo o amore violento (non nel senso che picchio le canzoni (anche se a volte sarebbe utile, ma per quelle che odio)(oddio ho appena usato un casino di parentesi…)). Il giovanissimo gruppo di Grosseto era uscito un po’ di tempo fa con TECHNICOLOR,primo vero e proprio album d’esordio (autoprodotto), ma dato che noi dell’acidume recensiamo i dischi dopo averli ascoltati un (bel) po’ (che poi è un ottima scusa per dire che siamo sempre in ritardo/affanno con le rece (sopratutto me medesimo Lyncio)) diremo che è un ottimo disco da ascoltare in questo periodo, quando bagliori di primavera e sprazzi di caldo estivo allietano le fredde mattinate gelide..
Un po’ come questo disco: sospeso fra nostalgie da cameretta invernali e tanta voglia di scazzo primaverile. La costante sonora di questo lavoro è il rimando a chitarre che citano lo shoegaze o meglio ancora il dream pop più ’80s: “M45/Vieni a vivere con Me (Quando ti addormenti)” inizia fra echi alla COCTEAU TWINS per esplodere in in tutto il suo jangle-pop e… e… e sì mi ricorda anche la musica italiana mezza-mainstream anni ’80, quei dischi che vendono a 3 euro all’autogrill, che poi sono i dischi che compro solo io (MATIA BAZAR, FAUST’O ecc ecc). Il songwriting è di alto livello; nella sua vaghezza naif riesce ad essere pop anche quando cala frasi dense di tristezza o rammarico; un po’ sdrammatizzando ed allegerendo l’atmosfera. Come se i Cani sapessero scrivere insomma! “Saint Étienne” è un altro pezzo niente male sganciato così con tastierine cheap e ritornelli catchy catchy (dopo questa mi potete picchiare quando mi vedete ;) ). “Technicolor” è un pezzo degli SMITHS che snocciola storie alla MOZ-maniera con frasi da IAN CURTIS in fase d’impiccagione “io quando avevo la vostra età/stavo male”; il basso sempre caldo va per conto suo e da ampio respiro alle composizioni; un po’ come faceva una band di Athens dal nome R.E.M. (R.I.P.)! “I nostri Temporali” lascia da parte gli anni ’80 e fra una ballad indiepop “nostalgicAdolescenziale” (ogni tanto non è un offesa), ed una canzone POP matura (mi viene in mente una CRISTINA DONA’ al maschile). “Kittinger” è il colpo di classe: inizia come un pezzo di DISINTEGRATION dei CURE per diventare una ballata da film con CHAVARRO! (ok qui mi accorgo di avere una mente malata, I’m sorry)! “In Nuova Zelanda” è ALBERTO CAMERINI centrifugato con ritmo alla THE DRUMS, fra chitarre PAYSLEY (che se non sai cos’è è quello che oggi scambiano per musica degli anni ’00), fa capolino anche FEDERICO FIUMANI nella s-malizia con cui gli ABIKU trattano la materia cantautorale; tanta roba insomma! “Oltre Le Aque Sicure” è uguale ad un pezzo degli ECHO & THE BUNNYMEN, ma nella retromania tutto è lecito e li si perdona subito dato che arriva “Televisioni“:  un pezzo cinico/scazzato, un po’ come quei personaggi da film francese, con ha un testo bellissimo che con stile dice tante cose (o anche no); come un JARVIS COCKER cresciuto nella provincia italiana. Siamo quasi alla fine e la “Canzone Stilnovista” riprende un po’ quanto si è scritto prima; gli ABIKU sono bravissimi a creare songs dal retroterra inglese di fine anni ’80 e mescolarlo sapientemente con parole e tradizioni del cantautorato anni ’80 italiano. Anche la scelta dell’italiano funziona parecchio e non è facile con un sound dreampopgaze. Infine la già citata “Studio System Blues” che è il pezzo più bello ed ispirato del disco! Insomma questo disco mi ha fatto tornare in mente quando la sera da bambino guardavo  sulla RAI i programmi di PIPPO BAUDO (è un bene o un male?), le domeniche in campagna dai nonni ed il pallone SUPERTELE che finiva sempre sotto qualche macchina (cazzo quanto sono vecchio…)… -_-’
Per essere un gruppo giovanissimo, al primo album; qui c’è tanta roba! E tutta suonata e composta con sapienza “esperta”; spero che gi ABIKU continuino a sfornare altra roba (ri)innovandosi continuamente. Promossi!

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Etichetta:
autoprodotto

Farmer Sea – A Safe Place (2012)

Twee, credo sia il termine perfetto.
Non nella solita Inghilterra, stavolta siamo a casa, siamo a Torino precisamente.
Dove quattro ragazzi (dal 2004) mettono su questo progetto chiamato Farmer Sea, mentre intorno la moda del post rock va dilagando, il rock alternativo regredisce e il dub cattura sempre più gente.
Coraggiosi? mah non saprei, potrebbero esserlo, siamo nel 2012 e l’indie-pop è sputtanato ovunque, reso scontato e minimale, e soprattutto italianizzato (c’è chi lo deturpa in modo egregio) e quando mi sono trovata quest’album, sinceramente sono stata molto scettica.
Però ho ascoltato, cioè ho messo play e The Fear ha cominciato a prendermi, a prendermi bene dico. Allora sono andata avanti, e ho capito un bel pò di cose… Questi non sono scemi, anzi, mica i soliti stupidi che prendono una chitarra pulita, ci mettono il riverbero, quel pò di delay o prendono la tastierina mettono i suoni dolci e credono di fare indie-pop, no.  Questi lo sanno fare, potrei dire che hanno studiato, insomma hanno una cultura musicale alle spalle, e sono riusciti a lavorarci su costruendo un’ottima amalgamazione di suoni morbidi che rilassa e rende nostalgici al punto giusto. Il cd si chiama “A safe place” ed è un titolo più che adatto, è proprio quello in cui riescono a portarci, come fosse un luogo perfetto, un luogo di pace.
Sono dolci, disarmanti, sanno rendere la quiete nell’ascolto, nessuna nota fuori posto, nessuna stonatura, tutti gli effetti al loro posto, tutti gli strumenti incastrati a dovere, la voce che racchiude il tutto con delle linee melodiche che riescono a farti sentire a casa (POSTO SICURO).  Il tutto degno di essere ascoltato e soprattutto Sentito. E in questa “recensione” ogni volta che ripeto la parola indie-pop è per indicare quello vero, anche se qui c’è qualche sottile linea di ambiental. Il mio pezzo preferito (For too long) lo metto in streaming sul sito, per farvi sentire la malinconia che sono riusciti a scatenare in me, e credo sia il pezzo che meglio li descrive. Insomma, dieci tracce per dieci momenti dolci, a volte sembra di essere nelle solite ultime puntate dei telefilm americani, ma non guasta mica ogni tanto.

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emergenti: bliunò e senzafissa dimoira

bliunò – un re e le sue regine (autoprodotto, 2009)
una one-man band. una chitarra acustica, un pc, la sua cameretta e in testa un numero imprecisato di idoli/influenze. Bliunò – autodichiaratosi re – canta delle sue regine. Storie intime e folk. Storie chitarra, voce e sentimenti. Costruttore di atmosfere scarne ma non per questo banali. Canta e fa i cori con una sola voce, sovraincide chitarre e colora i brani con abbellimenti accennati a malapena. c’è qualcosa di country acustico, lento e malinconico ("lo so") oppure dall’incedere altalenante ("uomini in tuba"); c’è un occhio buttato a sonorità post-rock ("su 5 corde" con tanto di pianoforte e un incedere simil-elettrodance); c’è qualcosa che addirittura arriva a sfiorare la darkwave, come "il vento d’urto (black dream)" che ha suoni cupi e belle progressioni d’accordi. C’è un pò di Elliott Smith, un pò di Jeff Buckley ma non solo. Ci sono – come detto prima – tante piccole influenze, tanti piccolissimi pezzetti che rendono questo lavoro un interessante mosaico musicale.

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senzafissa dimoira – è tutto aleatorio (ep) (2009)
La band pisana, sospesa a metà tra un rock leggero e una voglia tutta loro di sperimentare e stravolgere la prima impressione che ti danno, con "è tutto aleatorio" mettono in campo quattro brani per quasi venti minuti. "resti" rientra esattamente in rock leggero, senza disprezzare un ritornello che si incattivisce e un ponte funk che fa guadagnare un bel pò di punti al pezzo. il gruppo non disprezza nemmeno una camminata nel mondo della musica pop, con "morbida autopsia" che – morbidamente – rallenta l’album. Se agli albori della loro carriera vi erano piaciuti i Malfunk, "interni violenti" è un pezzo che per alcuni tratti può ricordare il gruppo fiorentino: una distorsione che fa da tappeto alle due voci che gridano il testo senza distorcelo, e la batteria che sa cosa fare senza disturbare. Una buona strizzata d’occhio al grunge insomma, che incattivisce il gruppo. "livio", traccia finale di questo ep d’esordio, che gioca per gran parte sul testo, lasciandolo spesso in primo piano, è un buon crescendo che sa portare a termine l’album. In conclusione c’è da dire che l’inizio è più che godibile, soprattutto se siete propensi ad ascoltare lavori in cui le distorsioni sanno come non sconfinare, sapendo comunque colpire e in cui il testo (in italiano, fortunatamente) sa collaborare benissimo con la musica diventando un tutt’uno.

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