
Le Scimmie – Dromomania (2010)
Dromomania: “ossessione del viaggio“, “tendenza nevrotica ossessiva a camminare senza una meta precisa e con fretta eccessiva“. E allora via, dieci tracce dirette, veloci, pesanti, a macinare kilometri di strada distorta. Migliaia e migliaia di kilometri in dieci tracce e ventiquattro minuti. Dromomania, l’album uscito nel 2010 de Le Scimmie, duo chitarra-batteria di Vasto, è una raccolta di perle doom-punk, quasi sempre di breve durata, in camminata(/corsa?) perenne.
Dopo la traccia zero, o meglio quattro volte zero (0000), ci si trova immersi ne l’oblio mistico: le prime strisciate doom del duo. Incedere lento e batteria che via via si fa sempre più intensa e martellante. Come una non-veloce introduzione alla title-track, in cui non si cambia la distorsione ultra-pesante e la batteria sempre e comunque martellante, ma in cui ci si sposta su asfalti punk. Un pezzo che non rinuncia nemmeno all’1% della potenza iniziale ma che, anzi, la velocizza; con un finale (una metà, a dirla tutta) tutto psichedelico, quasi a spezzare il brano in due parti.
Athazagorafobia: “paura di dimenticare e di essere dimenticati“. E i nostri qui, sono bravi a dividere questa fobia, in due parti: la prima, quattro minuti di post-core scarno, allo stato primordiale, quasi per riallacciarsi al nome della band, ti da quasi l’idea della sensazione che si prova quando ci si ritrova soli, dimenticati da tutti. Il sentirsi vuoti e soli della chitarra pulita, il ribellarsi e il cercare qualcuno delle distorsioni; la seconda parte, invece, è un minuto di strumentale “strano”: quasi come quando, col cervello in black-out, dimentichi tutto e tutti. Tutti “sentimenti” ben messi in scena dal duo abruzzese.
A continuare, dopo questo stacco in esplorazione del cervello umano, ci troviamo davanti frustrazione della psiche, il ritorno delle distorsioni metallose e del punk: tre minuti fitti (tranne pochi secondi di relax) capacissimi di lasciarti senza fiato, con esplosioni doom dettate dalla sei corde, vera padrona del pezzo. Il terzo intermezzo aurantifolia introduce a frekete, che sa addirittura di dance-punk, come se i Wolfmother incontrassero i Death From Above 1979 e cominciassero a pogare, mentre il dj mette su Fire degli Electric Six. E il filo di lana, poi, è il carillon che ho sempre desiderato da bambino; quello a cui avrei dedicato le mie giornate. Fisso, lì, a guardarlo imbambolato, a muovere la testa e spaccare tutto. Punk ultraveloce e megapestone, con un finale da psichedelia casinista. Il sogno di tutti i bambini non-normali. Un pezzo talmente infuocato che finisce in fiamme. Fiamme che continuano nella finale nostofobia: l’ultima scossa ultradistorta, la degna esplosione/conclusione di un album stracolmo di buone idee, per niente leggere.
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