
Miriam Mellerin – Miriam Mellerin (2012)
Miriam Mellerin: un nome che indica allo stesso tempo un trio di musicisti pisani e il primo ep di questa band. Sette pezzi e più di mezz’ora di durata. Prendete gli anni 90 e planateci sopra a bordo di chitarre rumorose e bassi striscianti. È questo che fa il trio di Pisa, vi riporta indietro nel tempo. Il basso di alcuni Jesus Lizard e l’immediatezza punk degli Scratch Acid di “she said”. Ma non solo. Non ci sono solo i padri, ci sono anche i figli: in alcune cose si sente un certo Teatro Degli Orrori, che qui ha proprio lasciato il segno.
L’EP si apre con parte di me: l’inizio è quasi Bushiano (“the people that we love“, per essere precisi) ma dopo pochissimi secondi intraprende altre strade, tante e un bel pò diverse tra di loro. Lo scambio a due voci, una maschile e una femminile (e non una a caso, ma Diletta Casanova), dei Disciplinatha di Primigenia; alcuni passaggi di chitarra che ricordano i Tool (lo so che è banale dirlo, ma qualcuno doveva pur farlo); la rabbia di un certo Capovilla. Nella successiva made in italy – così come ostrakon, che arriverà più avanti – si inciampa, più e più volte, restando in bilico tra lento e veloce. Tra schizzate punk e momenti di silenzio al limite dell’ambient. E così è anche insetti, ancora punk, ben distorto e veloce, in cui il basso fa un lavoro Ottimo. Portando l’album a picchi di qualità non indifferenti (anche se più avanti ci sarà qualcosa di ancora meglio). Trust è il primo episodio in lingua inglese: su un basso strisciante, la chitarra si diverte a fare quanto più rumore è possibile senza mai sconfinare nell’estremismo noise. Con b.h.o.o.q. si rimane nella lingua inglese, in cui il gruppo riesce meglio. Tra cattiverie noise e voli in sudamerica, schizzate di fiati jazzcore, ad opera di Marco Calcaprina dei Tom Moto, e pazze accelerate a tutta velocità, è qui che l’intero lavoro raggiunge il punto più alto. E la finale stilnovo è una citazione letteraria, omaggio a Cecco Angiolieri, che, almeno musicalmente, guarda spesso a “Majakovskij” del Teatro. Undici minuti a strisciare tra rabbia e calma, tra distorsioni, rumorismi e momenti che quasi richiamano al post.
È un EP che presenta ancora qualche imperfezione, ma l’onestà e la passione del gruppo si sente tutta. Quindi, avanti così che le basi ci sono.
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