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no wave

Amavo – Gracefool (2012)

Ed è così che ritornarono pure le care Amavo, il duo noise veneziano. Due, come le etichette (la fu Jena Dischi che ora è un tutt’uno con FromScratch) che si sono unite per co-produrre un album breve, ma che vi farà impazzire. Gracefool, un incrocio tra “aggraziato” e “folle”, proprio come sa essere il duo di gentili donzelle che qui abbracciano batteria, chitarra e synth per far del Rumore la propria religione.

Jungle Reinhardt è come una partita a ping-pong tra chitarra e synth, con le bacchette della batteria al posto delle racchette. Tre minuti di terrorismo noise, ad anticipare l’intero lavoro della mini-band. Con synth che ronzano tutt’intorno e l’accoppiata batteria-chitarra che parte, inciampa, riparte e si stoppa. Niente da fare, le Amavo Belle erano e Belle sono. Belle, pazze, schizzate, folli e aggraziate. Gracefool, non a caso.
Jello è come la colonna sonora di Circus Charlie (ve lo ricordate?): un brano dalla struttura strana, tra ammaestratori e scimmie, tutti impazziti. Il riff di synth che fa da filo e gli altri due strumenti a (o almeno “cercare di”) tenersi in equilibrio mentre le voci, malatissime, intrattengono il pubblico presente.
Lalbume è calma, anche se non disprezza boicottate di casino, e si divincola tra ronzanti synth che fanno da tappeto a tutto il pezzo. Che poi, se ci pensi bene, sembra quasi la miccia che piano piano brucia per arrivare all’esplosione, che arriverà nella successiva for common sense is not so common: un brano ultraripetitivo e schizofrenico con un martello pneumatico che “disturba” il normale cammino del gruppo, che poi alla fine manco tanto normale è.
Penguins and pelicans mi ricorda tantissimo i Dada Swing: la stessa pazzia, la stessa vena no-wave, la stessa voglia di far rumore. È un pezzo che, per la sua pesantezza e ripetitività inciampante, riesce ad entrarti in testa e che, se non ci riesce, è pronto a sfondartela per farlo.
Top hat, nonostante l’inizio che arriva ad abbracciare gli esperimenti rumorosi de La Sedia Di Wittgenstein, è ancora iper-ripetitiva. Una caratteristica che il duo di venezia non abbandona mai, e fa bene. È noise, e questo ripetersi sempre e sempre di più, accresce tantissimo la rumorosità del prodotto finale.
Vinaccia nei suoi inizi sembra quasi un pezzo drum’n'bass. Psichedelico e sempre ripetitivo, inciampante, ipnotico, affascinante. La “calma” (per modo di dire) prima di un pezzo finale come gracefool. È nella title-track che il duo sfiora il limite della dissonanza, arrivando a ricordare (così come in certi episodi precedenti) qualcosa dei Neo.

È un album impazzito, che impazzisce sempre più col passare dei secondi, e che attenterà alla vostra salute mentale. E questo è sia un consiglio che un avvertimento.

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Etichette:
FromSCRATCH Records, Jena Dischi.

The Shipwreck Bag Show – The Shipwreck Bag Show EP (2012)

Bertaccini e Iriondo non  hanno bisogno di presentazioni. E nemmeno The Shipwreck Bag Show, duo rumoroso fondato dai due tizi citati poco prima. Vi parlerò solo dei quattro brani che costituiscono questo nuovo sette pollici che prende il nome dal gruppo, e che non deve essere confuso col primo lavoro della band, datato 2006. Quattro brani brevi ma rumorosissimi. Otto minuti a cavallo di tutti i generi più rumorosi, se proprio vogliamo collocarli in questo o quell’altro genere.

Apocrifo, dal greco απόκρυφος (da + nascondere): un pò come il gruppo. Un segreto ben custodito all’interno dell’underground italico. Tutti conoscono i due membri, sanno i loro trascorsi musicali, ma pochi seguono il loro “nuovo” progetto. Apocrifo, due minuti e venti secondi di punk-noise, martellante e ossessivamente caotico con stacchi no wave in cui quella che può sembrare una linearità, all’interno del brano, viene stravolta del tutto.
Duende, con dei rumorismi/feedback di chitarra che quasi avvicinano il duo alla digital hardcore dei Germanotta Youth (privati dei loro “estremismi grindcore”), porta l’EP su binari dannatamente no wave, destrutturata e distrutta, in cui si “riconoscono” solo casino e parole. Con l’arrivo di maiale si può (finalmente?) riconoscere una linea da seguire, anche se parlare di “struttura” in questo caso è sempre un azzardo. E nella finale alunno, invece, c’è un beat di batteria a fare da filo rosso dall’inizio alla fine, per tutti i tre minuti e quarantadue secondi di durata. Un beat stuprato da due voci e una chitarra che ronza, fischia e combina bei “guai”.

Che ve lo dico a fare che non è un ascolto facile? È inutile. Già solo il nome Wallace Records (tra le altre) dovrebbe bastare a mettervi in guardia. Se poi avete coraggio di affrontare questa prova, vi siete conquistati tutta la mia stima e, forse, un pò d’affetto da parte di etichetta e gruppo.

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Etichette:
Wallace Records, Tarzan Records, Phonometak Labs, Paintvox.

 

Umanzuki – Pipes & Sugar (2011)

Umanzuki è un trio chitarra-batteria-basso composto da musicisti che suonano fondamentalmente a caso e per caso“. Per caso, non lo so. Ma “A Caso” sembrerebbe proprio di si. Non che sia un male, eh. Anzi. Ascoltando Pipes & Sugar, primo EP del trio fiorentino, ti saltano alla mente tanti di quei nomi che nemmeno immagini. In bilico tra rumorismi e no wave, noise e jazzcore, tra Squartet e Anatrofobia.
L’EP si apre con yuri raskin e già qui si mischiano le prime minimalosità rumoristiche con spasmi di distorsioni a cui, poi, verranno aggiunti una batteria psicopatica e un pattern di chitarra distorta che terrà fino alla fine del pezzo. Ma non fateci l’abitudine, perchè non ti danno nemmeno il tempo, gli Umanzuki, di abituarti al loro sound, che già lo cambiano. Naak middagete, il secondo brano, è uno stacco jazz in piena regola, con la chitarra in primo piano. Pensi ai Neo. Si, certo, ci sta. Ma non solo. C’è anche il gusto dei Les Spritz nell’utilizzo dei rumori “altri” degli strumenti. Rumori che si sentiranno anche nella successiva wanyamwez: dove, su uno spettacolo di acrobazie basso e batteria, si moltiplicano dettagli chitarristici per jack non funzionanti, plettri tenuti “male”, corde percosse e cose così. E parlando di corde percosse, mi sembra doveroso parlare di sia pur possibile concedersi oltremodo allo squalo?. Un brano senza batteria, con la chitarra che si destreggia in jazzismi “casuali” e il basso che si veste da percussione. Absaroka storm ricorda un pò il lavoro dei Mombu, per il titolo, certo, ma anche per le percussioni che avanzano e ti danno quell’idea di tribale. È come trovarsi in una giungla di rumori, inseguito da nonsoqualestranoanimale. Mentre il finale, dove la batteria esplode, liberandosi, ti sembra il momento in cui ti fermi, guardi alle tue spalle e ti senti libero, non più inseguito. A concludere, poi, il disco c’è l’omonima pipes & sugar: a metà tra mathcore e psichedelia, con la prima (ed ultima) comparsa della voce, molto Radioheadica, mentre gli strumenti corrono veloci e  – ancora una volta – rumorosi verso la fine di un lavoro che ben ci fa sperare per il futuro. Intanto però, beccatevelo in streaming e download gratuito sul sito dell’etichetta fiorentina FromScratch.

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Etichetta:
FromScratch Records.

Neo – Neoclassico (2011)

Ok. Questo nuovo album (il terzo per l’esattezza) dei Neo, power trio jazzcore laziale, porta il nome di Neoclassico. Un titolo a cui starebbe bene un sottotitolo come: “tredici piccoli mal di testa” o “trentasei minuti di schizofrenia musicale rumorosa”. Perchè sembra che il trio ce la metta tutta per farti impazzire almeno un pò. Ma vabbè, la farò breve: chi conosce i lavori precedenti del gruppo sa cosa può trovarsi davanti (e soprattutto di cosa sto parlando) ascoltando questo nuovo album uscito a Settembre. Il lavoro è fondato sui classici inseguimenti: chitarra davanti, sax appresso e batteria subito dietro. Per farvi un’idea, prendete una scena a caso delle Wacky Races di Hanna-Barbera: tre macchine una dietro l’altra che si inseguono, si sorpassano, sbandano, curvano, slittano e tutte ste cose qui. Ascoltando l’album la sensazione è questa, compreso un pò di mal d’auto. Tredici pezzi, come dicevo pure prima, “interrotti” da quattro invenzioni in cui la batteria è ferma al pit stop, mentre chitarra e sax camminano – non corrono – per strada, a passo d’uomo. Nei nove pezzi che restano – però – si corre si, veloci e noncuranti degli incidenti che possono accadere lungo il tragitto. E allora, inoltrandoci sull’autostrada dell’ascolto, ci troveremo davanti acrobazie jazzcore inframezzate da autogrill no wave e piazzole di sosta rumorose. Che poi le strade da percorrere possono essere di diversi tipi, è normale: ci sono strade a scorrimento veloce (il dente del pregiudizio; mechanical disfunction; la sindrome di erode, una gimkana con decine di accellerate virtuosistiche, sventagliate di chitarra, terremotate di batteria e pennelate di sax; ruins soup, dove il titolo suggerisce già tanto); ci sono tratti in cui il traffico lo si trova a momenti e quindi l’andatura altalena tra il lento ed il veloce (good morning, che per quanto è ripetitiva riesce quasi ad ipnotizzarti; lo iodio, sospesa tra calma arpeggio-batteria leggera e stoppate di chitarra e raucedini di sax; blues, con tanto di citazione musicale à la Fred Buscaglione) e ci sono asfalti ricoperti di buche, che rendono l’incedere tremolante (ff ff, una no wave in preda al singhiozzo; unjustified restrictions che riesce a sistemarsi solo alla fine). Si, è un viaggio in macchina che potrebbe causare un pò di mal d’auto a chi non è abituato, ma se coprite le distanze poco alla volta, rischierete di (non dico amarlo, perchè è difficile lo ammetto, ma almeno) farvelo piacere un bel pò.

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Etichetta:
Megasound.

Eels On Heels – Letters (2011)

ascolta jupiter:

Come tutti i giorni stavo cercando di fare la mia seduta di meditazione trascendentale. Mentre anellavo alla LOGGIA BIANCA, ebbi la visione di un gigante con in mano un ep! “ROCKIT HA CONQUISTATO L’IMPERO DELLA MENTE!” pensai… Invece no! Il gigante mi regalò l’ep degli EELS ON HEELS dal titolo LETTERS, e se ne andò. Molti dicono che i Joy Division facessero musica postpunk angosciante, perchè vivevano nelle periferie di manchester; gli Eels On Heels non vivono nella londra proto-industrial, ma vengono da Trani, in Puglia! e sono dei cospiratori! Come dei massoni, il gruppo costruisce un immaginario devoto (nel vero senso della parola) all’estetica Industrial nuda e cruda! Eels On Heels come ORTODOSSIA! Fra schegge di luce ed immagini sfocate, i loro suoni freneticamente ritmati giocano con la sperimentazione e la ricerca sonora di un Brian Eno sotto l’effetto di EROINA! LETTERE dice: – Y – come un carrillon postpunkoso il noise si fa ambient-minimal nella mia mente i THROBBING GRISTLE cresciuti ascoltando i PAN SONIC! – N – tribalismi di riti da prugne vergini (o anche VIRGIN PRUNES) e molta roba che dice NO a NY! DNA a manetta! – GTHURSTON MOORE + tastiera rotta + DEAD CAN DANCE! – JUPITER – (che è una parola ma è comunque formata da lettere) è la matematica che viaggia fra allarmi (sonori) e chitarre taglienti, una voce aliena invoca un mantra! a chiudere _ JUPITER RMX _ l’EBM sincopato a ritmo di HOUSE! Ok sembra una recensione scritta da un pazzo, ma volevo giocare anch’io. Sì perchè per quanta ricerca e sperimentazione ci sia in codesto disco, LETTERS si fa ascoltare che è un “piacere”, dimostrando quanto la band sia coraggiosa nella sua ortodossia e quanto in italia suoni meno convenzionali siano possibili!

 

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Etichetta:
autoprodotto

artisti vari – collisioni in cerchio (fromscratchsession vol.1) (2003)

Si sa che io non parlo volentierissimo di compilation e cose così. Ma quando la compilation è di questi livelli, così schietta e rumorosa, distruttiva e onesta non se ne può fare a meno, sul serio. Si sente immediatamente che questo disco è stato concepito da chi la musica la vive a pieno, al punto di rintanarsi in una cascina e suonare, provare, registrare, creare nuovi gruppi (anche se solo per un giorno), distruggere e confezionare un prodotto come questo che abbiamo tra le mani. Chi l'ha concepita è una comunità di nome fromSCRATCH, etichetta aretina di post-punk acido, stralunato no wave, terremotante noise rock e chi più ne ha per fare rumore, ne metta. Nella quasi-ora della durata totale, c'è un pò di tutto: i Jealousy Party fanno un casino della madonna, una sorta di psycho-gypsy dove il dicitore, quasi posseduto, ci elenca con folle lucidità tutte le cose che vanno ironicamente bene nel belpaese; i To The Ansaphone, con i swear, uno dei punti più alti di questa compilation a parer mio, ci dimostrano quanto ci sanno fare col post-punk mischiandolo con una dose abbondante di dance-punk-funk-noise; e dopo il math-rock di Zu e Slope, arriva l'arrotino dei Zight Zog Baum, una mitragliata noise che investe in pieno il furgoncino del povero malcapitato artigiano; con i Tanake, invece, fa la sua apparizione un pò di sano jazzcore rumoristico, a volte quasi ambient, molte volte totalmente no-wave; e dopo il noise punk dei Twig Infection fa la sua apparizione un nuovo elemento nuovo, una cover, e che cover: (i wanna) be your dog degli Stooges nella scurissima, cupa, fitta come un barile di pece riproposizione de L'Enfance Rouge, dove la musica quasi non c'è, il tutto è dannatamente minimale ma sicuramente di grande effetto; con juan dei Miranda, si approda ad una strana rumorosamba (concedetemi la creazione di un vocabolo apposta per loro) altalenante: un brano che salta da un lento andamento pulito a un veloce/distorto, e poi daccapo; gli Appaloosa invece, li troviamo realmente diversi da come ci hanno abituato nel loro album Safari, non c'è lo slancio dance-punk ma qualcosa di più tecnico, che riesce a trasportarti comunque; c'è qualcosa di cantautoriale in studente dei Cods, anche se con una base rumorosa più che presente; my new lifestyle degli Uber è un prodotto parzialmente screamato fatto di una buona dose di math rock con sprazzi di jazzcore; e avviandoci verso la fine, troviamo Jacopo dei Can-D, altra bella scossa noise rock, un ritorno al passato, un acustico di borgata portato in scena dai Ronin con tanto di kazoo e un bel Freetto Meesto di jazzcore, come finale. Insomma, una compilation da dio, da godere dal primo all'ultimo secondo. Un manifesto più ben fatto per una etichetta che con il passare del tempo, da quel mancotanto lontano duemilatre, ha confezionato album su album di grande fascino ed ispirazione per l'underground italiano. Insomma, fromSCRATCH, ottimo lavoro e continuate così.

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rocquestions: le Amavo.


1. Amavo, prima di tutto… da dove viene il vostro nome?
A: Amavo ci da molte sensazioni, è venuto molto semplicemente dal presente che stavamo vivendo quando abbiamo iniziato a suonare insieme, quel verbo ci univa nel male ma anche nel bene.

2. Com’è nato il gruppo? l’idea iniziale era quella che poi è diventata col tempo?

A: non abbiamo mai pianificato di essere o di fare qualcosa, come è nato, è cresciuto come tutte le cose naturali, rispettiamo molto la spontaneità.. cha dobbiamo poi pettinnare durante gli arrangiamenti.
Ci siamo conosciute grazie appuntamento al buio, ci hanno fatto incontrare amici in comune una sera. vivevamo piuttoso lontane l’una dall’altra , dopo due giorni eravamo le amavo!

3. La scelta del vostro genere musicale viene da una vera passione per la musica "caotica" oppure è una scelta fatta per fare qualcosa di diverso?
A: quando siamo in sala non ci rivolgiamo alle passioni musicali ma ad un riassunto della giornata, della settimana, non è un nostro obiettivo avere uno "stile"

4. Da chi/cosa prendete spunto per fare quello che fate?

A: Sicuramente dall’umore che abbiamo per la musica, certe cose vengono camminando per strada. I testi li scrive Silvia, che è in genere molto introversa, ma lì si mette a nudo, ma abilmente cela tutto sotto un tono fantastico.

5. Cosa vi affascina di più della dimensione live della vostra musica?

A: Il rapporto che si instaura con il pubblico, abbiamo visto che può cambiare tutta l’esibizione.

6. In quale luogo avete lasciato un pezzo del vostro cuore?

A: Tanti ci hanno rubato il cuore, e spesso questa domanda c’è la facciamo anche noi. Ne abbiamo tanti … tanti …Diciamo che il sud non lo batte nessuno!

7. Cosa fanno le Amavo quando non suonano?

A: si annoiano…

8. Cosa ascoltate?

A: Ascoltiamo tutto quello che non passa per radio, senza limiti di genere … ! Da hc al lago dei cigni o i walzer ungheresi!

9. Se doveste fare una cover, su cosa vi orientereste?

A: Atomic di Blondie… riarrangiata o Cirkus dei King Crimson!


le trovate qui: myspace

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