
Putiferio – LovLovLov (2012)
“Amor, amor, amor“… ma solo dopo un “distruggere, distruggere, distruggere” o, al massimo, una storpiatura di “odio, odio, odio” uscito qualche anno fa (“Ate ate ate“, 2008). LovLovLov è il nuovo lavoro dei Putiferio, 8 tracce per tre soli strumenti, a parte le intromissioni degli amici.
Void void void, tre volte vuoto: un titolo che non rappresenta per niente quello che vi ritroverete ad ascoltare da lì a poco, giusto dopo i venti secondi di feedback iniziale. Rabbiosi fin dall’inizio, risorgendo dai fischi degli amplificatori e partendo a tutta forza tra riff mathcore pluristoppati. Che poi a due minuti prende vita un momento ultrapsichedelico con sprazzi d’elettronica “ballabile” degna dei migliori Liars o dei Kelvin, per rimanere in patria. E non è un caso, dato che è proprio Woolter (una delle menti del gruppo appena citato) a costruire questo “intermezzo” elettronico.
Noise a secchiate, anche nella successiva amazing disgrace. Senza abbandonare il gusto per i giochi di parole, nei titoli. Anche qui non mancano le distorsioni, una batteria che sa martellare come si deve e un omaggio al rock’n'roll (e al Re del genere) che, anche se è mascherato benissimo, resta sempre una fede.
Hopileptic! è un pezzo Perfetto, non mi vergogno a dirlo. Dall’alto dei suoi otto minuti di durata (che non peseranno affatto, anzi) mischierà il solito noise con sferzate math e post-hardcore, degenererà in un momento no-wave con tanto di violini che stridono (del signor Rodrigo D’Erasmo, non uno qualsiasi) su una batteria che sembra quasi esplodere. Al giungere dei quattro minuti, quando tutto è passato, si alza un leggero vento che quasi evoca atmosfere post, in cui il violino (sempre lo stesso di prima) trova la sua calma e liberazione, almeno fino a quando le chitarre non rientrano in modalità “distruzione”.
Can’t stop the dance, you chicken! – e pure se ci proverai, non ci riuscirai. È una delle cose più lineari finora, un pò come certi Lush Rimbaud o Red Worms’ Farm, a metà tra dance-punk e noise. Un altro bel momento.
Now the knife is my shrink, nei suoi primi passi sa quasi di stoner, su un rullante (poi ripreso anche dalla chitarra) che sa quasi di marcia pre-fucilazione. Il pezzo si appesantisce sempre di più nei quattro minuti della sua durata e rivela la sua vera natura solo dalla metà in poi (prima con distorsioni post-hardcore, poi con un’accellerata tutta punk).
My pitch black heart ha tante piccole anime dentro di sè: sono incalcolabili i cambi di riff e d’intensità e tutti danno un sapore nuovo al pezzo, sempre godibile fino alla fine.
Loss loss loss: danno, perdita, sconfitta, smarrimento, spreco, svantaggio… tutte cose che si possono sentire addosso in questo “trip-hop dall’inferno”, claustrofobico e cupo. Rumori tutt’intorno ed elettronica (ancora ad opera di Woolter) che collaborano in modo assolutamente perfetto. Un beat di batteria che continua anche nella finale True evil black metal, a metà tra industrial e mathcore che sempre più scivola in un mare di archi, messo lì quasi per far notare ancora di più la ripartita finale ultradistorta.
C’è da fare i complimenti al gruppo e sbattere la testa di qua e di là in onore di un album fatto così bene. Un altro bel colpo messo a segno da Macina Dischi (che in più ve lo offre pure in streaming e free download) e RobotRadio Records.
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Etichette:
Macina Dischi (streaming e free download), RobotRadio Records.
A Flower Kollapsed – A Flower Kollapsed (2012)
Sono in quattro gli A Flower Kollapsed, ma ad ascoltarli ti viene da pensare ad un esercito. Un esercito pronto ad assaltare l’ascoltatore in qualsiasi momento. Un esercito armato di chitarra, basso, voce e batteria, nient’altro.
Un album, il terzo per la precisione, che non ha un titolo se non il nome della band. Tra mezz’ora tra intrecci math-core e violenze noise, distorsioni hardcore e urlate in pieno stile screamo.
Vi sembrerà una stronzata, ma i feedback iniziali di maimed sono un ottimo avvertimento: se non siete abituati a sonorità pesanti e abbondantemente rumorose, cambiate album, cambiate gruppo, cambiate genere, cambiate ascolto. Perchè di lì a poco verrete investiti da una miriade di urla e martellate di batteria. Solo un minuto e mezzo, ma che già fa capire tante cose. E così sarà pure all nature is my nature, una sorta di screamo-ad-inseguimento: un pezzo violentissimo che mira a lasciarti indietro, se cerchi di inseguirlo. Tra urla e cambi di direzione. Mud, per certi aspetti, è “meno pesante” delle precedenti. Sa prendersi il suo tempo, le sue pause. Sa tendere agguati per poi scaricarti addosso mitragliate di distorsioni.
Revolt ha qualcosa di metallico già nei suoni degli strumenti: è come una pioggia di chiodi e proiettili che viene giù dal cielo, mentre la batteria martella e martella e martella. E ancora cambi di direzione, velocissimi, in uniformity. Anche se qui, il gruppo, un pò di respiro te lo lascia.
Details è guidato da un riff di chitarra effetto ping-pong: vi verrà d’istinto muovere la testa a destra e sinistra. Come in una partita di tennis in cui si scontrano in un doppio chitarristi/urlatori contro bassisti/batteristi. E non parliamo poi di animal, dall’incedere pluristoppato e su cui vi verrebbe da sbattere la testa al muro, per quanto è pesante e martellante.
Menarè è una cosa strana: un intermezzo che però è il pezzo più lungo dell’intero album. Un intermezzo in cui puoi trovare un pò di tutto: dal post all’ambient, dal rumore allo screamo fino ad arrivare a punte di industrial e addirittura darkwave. Un pezzo che sembra senza una struttura ma che poi alla fine, se ti concentri, un filo che unisce tutte le cose, lo trovi. Un filo che porta fino a hollow man, traccia finale dalla partenza lenta. Quando scoppia, però, lo fa come si deve. Con un basso che guida tutto il pezzo mentre chitarra e batteria fanno proprio un bel lavoro, tra mille e mille cambi di direzione.
Insomma, mezz’ora di screamo e noise. Mezz’ora velocissima, talmente veloce che manco sembra mezz’ora. Tanto veloce quanto godibile. Vabbè dai, la smetto. Se vi è salita la curiosità di ascoltare il terzo album del quartetto trevigiano andate sul sito di MacinaDischi, dove troverete streaming e free download.
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MacinaDischi, Shove Records.
spuntano come funghi #7: Gli Ababa.

Gli Ababa sono delle persone strane, ed è per questo che ci piacciono. Mischiano noise ed elettronica, psichedelia e scatti nervosi di no wave, videogiochi e studenti fuori corso. Io li ho amati dal primo ascolto e voi… beh, voi fatemi sapere cosa ne pensate. Ovviamente, tutta la loro musica è in download gratuito sul loro soundcloud.
Don Vito / Bogong In Action – Split (2011)
Altro split “Italia – Resto Del Mondo” da parte della Lemming Records. Questa volta al centro dell’incontro/scontro i pugliesi Bogong In Action e i tedeschi Don Vito, qui a regalarci cinque pezzi per otto minuti di sano punk rumoroso. I tedeschi sembrano uno sciame d’api che ha dichiarato guerra alle vostre (malcapitate) orecchie. Attaccano, in tre tempi diversi, con armi a base di scariche noise ultra-ripetitive e “ronzanti” (fük gümrük), boicottate funk iper-rumorose e cavalcanti (gps is not punk) e mitragliate noise-punk pluri-stoppate (there will be snops). Gli italiani, invece, rispondo al fuoco con meno colpi (due, rispetto ai tre dei Don Vito) ma con uguale intensità e violenza: il primo episodio mischia pennate veloci, martellate di batteria e urla psicopatiche e ripetitive. Tutto (“solo”) per ribadire un “no way” (non a caso il titolo del pezzo) che potrebbe anche essere un “go away”. Come per dire: “non siamo qui a catturarci la vostra simpatia con musica orecchiabile, andatevene se non tentate (almeno) di capirci”. E poi c’è fucking change, l’altro episodio, meno lineare della precedente. Inciampa sempre, per tutta la sua durata senza per questo perdere potenza e rumorosità.
E in otto minuti le band hanno detto tutto ciò che c’era da dire, per presentarsi al meglio. A colpi di ripetitività e rumore, guardando tanto ai Lightning Bolt, quanto agli AIDS Wolf, agli Arab On Radar e a chissà quanti altri. Per chiudere vi dico che sarebbe stupido cercare un “vincitore” tra i due gruppi dello split (cose che molti fanno, in questo caso) e lo sarebbe ancora di più fare inutili paragoni calcistici. Posso solo consigliarvi l’ascolto dello split in questione. Forse vi capiterà di amarlo, com’è successo a me, o forse no. Ma se rientrate nella prima categoria, mi siete già più simpatici.
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Una Fi*a Blu – Una Fi*a Blu (2011)
Secondo voi gli Una Fi*a Blu hanno messo l’asterisco per auto-censurarsi o per non fare torto a nessuno, lasciandoci/vi liberi di scegliere se mettere una G o una C? Chi se ne frega, io vi dirò cosa ho sentito ascoltando l’ep in questione, che porta lo stesso nome del gruppo. Ho sentito quattro ragazzi, di cui uno provvisorio (dice la pagina facebook), mettere sudore e passione in quello che fa, fregandosene dei dettagli, sia grammaticali (ancora la questione della G o della C) sia di suono. Perchè, dobbiamo essere onesti e lo si capisce già dai primi secondi di piston, questo lavoro è dannatamente lo-fi. Così tanto lo-fi da risultare tutto molto rumoroso. Molto noise, se vogliamo essere più professionali. Ho già citato piston, il primo pezzo, che con i suoi due minuti e mezzo apre le danze. Due minuti e mezzo di belle sonorità pesanti, sputate fuori con un atteggiamento dannatamente noise-rock. Una sorta di pugno “confuso” nello stomaco. The s.s.t. è una veloce scossa di punk’n'roll urlato. E sul rock’n'roll si tiene, facendo nient’altro che tenere fede al titolo, anche rocknrolla che, con le sue chitarre ronzanti, ti aleggia attorno per poco più di due minuti. Mentre arriva solo con stand your ground la sterzata post-hardcore, a tratti anche screamo, del gruppo. Con un occhio buttato al punk, conservando a pieno lo spirito “menefreghista” verso i dettagli, interessati – sembrerebbe quasi – solo a fare rumore, sfogarsi facendo casino, massacrare gli strumenti… E ascoltando i primi quattro pezzi, ovvero gran parte dell’ep in questione, è anche normale pensare queste cose. A farci cambiare idea, anche se solo per poco più di due minuti, è la finale instrumental che striscia lenta in uno strumentale psichedelico, vagamente post, in cui si “sente” subito la mancanza della voce, e che esplode in un miscuglio di distorsioni soniche. È un lavoro onesto, questo cinque tracce, che fa intuire le buone idee di un gruppo, cresciuto ad Hüsker Dü e Unsane, a Sonic Youth e Jawbox, che promette davvero bene.
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spuntano come funghi #3: Serpe In Seno.
Per il terzo appuntamento di Spuntano Come Funghi oggi vi regaliamo tre brani per dieci minuti di scariche basso e batteria, dall’anima dannatamente punk. I Serpe in seno di Treviso, su cui non c’è molto da dire ma c’è tanto da ascoltare. I tre pezzi che trovate qui sotto sono in download gratuito sia sul loro Soundcloud, sia sul loro Bandcamp.
The PepiBand – Panic (2010)
ascolta sbacanta:
Ormai il sound siciliano lo conosciamo tutti. Chitarre spigolose, voci rabbiose ma non urlate (soprattutto non incomprensibili) e rumorosità a secchiate. Con questo Panic, in giro già da un anno e mezzo, PepiBand, quartetto siciliano figlio dei Twig Infection, si è prefissato di “non lasciare scampo alle vostre sventurate orecchie“. E devo dire che il risultato è perfettamente fedele all’obiettivo. Il muro sonoro (meglio ancora: rumoroso) tirato su dal gruppo è solido e potente al punto giusto. Già dai primi secondi di personal pepi capisci che il tempo speso ad ascoltare i Karate è stato tanto. E capiterà spesso nel corso dell’ascolto, di sentire la voce ricordare quella di Geoff Farina. Inizialmente si parte con un noise-rock che inciampa, o meglio zoppica, e si trascina rumorosamente. Diventando poi un pò più lineare in 5%, sempre senza abbandonare il caro senso del rumore chitarristico. Pretty alterna momenti silenziosi a schitarrate che sanno tantissimo di anni ’90. Quasi ad anticipare la calmata che si darà il gruppo in i like fasolino: le chitarre a creare un tappeto arpeggiato che tiene per l’intera durata del pezzo (ben nove minuti) e la batteria che comincia a salire solo dopo i sette minuti, diventando man mano più pesante. Mentre la my-sharonesca sicily prende spunto dai minuti finali del brano precedente tendendo a muovere di più l’ascoltatore. E ci si muove sempre di più man mano: sbacanta è uno strumentale quasi rock’n'roll, rumoroso e distorto. Un brano, uno dei migliori, in cui il noise va a braccetto col punk e con qualcosa di math-core. Non ci si calma nemmeno con Helen, il cui testo è scritto dal compagno d’etichetta William Wilson. Ci si ferma un pò con Andrea, poco rumorosa, quasi a far desiderare l’inizio di bipede, ennesimo episodio distorto che prende la rincorsa nel minuto finale del brano precedente. A metà tra caro, vecchio noise e qualcosa che sa di blues; stoppato e dalla voce incazzata, che poi sfocia in un assolo sbilenco per bluesman dediti al rumore. E poi, alla fine, prendete un pentolone di otto minuti; buttateci dentro tutte le cose viste in precedenza: momenti distorti, episodi in tre/quarti, schitarrate noise, calmate ancora à la Karate ed avrete eyes, il degno finale-non finale per questo album. Finale se non considerate la traccia nascosta. Se la considerate invece, nel suo stupendo incedere nervoso da cavalcata distorta che muore e rinasce con un’anima più noise se non addirittura no-wave, avrete solo prolungato il piacere dell’ascolto di un buon disco da consumare. Un buon disco che come tutte le uscite della netlabel Lophophora Williams trovate in download gratuito e streaming sulla pagina dell’etichetta.
i PEPIBAND sul web:
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Etichetta:
Lophophora Williams.









