
The PepiBand – Panic (2010)
ascolta sbacanta:
Ormai il sound siciliano lo conosciamo tutti. Chitarre spigolose, voci rabbiose ma non urlate (soprattutto non incomprensibili) e rumorosità a secchiate. Con questo Panic, in giro già da un anno e mezzo, PepiBand, quartetto siciliano figlio dei Twig Infection, si è prefissato di “non lasciare scampo alle vostre sventurate orecchie“. E devo dire che il risultato è perfettamente fedele all’obiettivo. Il muro sonoro (meglio ancora: rumoroso) tirato su dal gruppo è solido e potente al punto giusto. Già dai primi secondi di personal pepi capisci che il tempo speso ad ascoltare i Karate è stato tanto. E capiterà spesso nel corso dell’ascolto, di sentire la voce ricordare quella di Geoff Farina. Inizialmente si parte con un noise-rock che inciampa, o meglio zoppica, e si trascina rumorosamente. Diventando poi un pò più lineare in 5%, sempre senza abbandonare il caro senso del rumore chitarristico. Pretty alterna momenti silenziosi a schitarrate che sanno tantissimo di anni ’90. Quasi ad anticipare la calmata che si darà il gruppo in i like fasolino: le chitarre a creare un tappeto arpeggiato che tiene per l’intera durata del pezzo (ben nove minuti) e la batteria che comincia a salire solo dopo i sette minuti, diventando man mano più pesante. Mentre la my-sharonesca sicily prende spunto dai minuti finali del brano precedente tendendo a muovere di più l’ascoltatore. E ci si muove sempre di più man mano: sbacanta è uno strumentale quasi rock’n'roll, rumoroso e distorto. Un brano, uno dei migliori, in cui il noise va a braccetto col punk e con qualcosa di math-core. Non ci si calma nemmeno con Helen, il cui testo è scritto dal compagno d’etichetta William Wilson. Ci si ferma un pò con Andrea, poco rumorosa, quasi a far desiderare l’inizio di bipede, ennesimo episodio distorto che prende la rincorsa nel minuto finale del brano precedente. A metà tra caro, vecchio noise e qualcosa che sa di blues; stoppato e dalla voce incazzata, che poi sfocia in un assolo sbilenco per bluesman dediti al rumore. E poi, alla fine, prendete un pentolone di otto minuti; buttateci dentro tutte le cose viste in precedenza: momenti distorti, episodi in tre/quarti, schitarrate noise, calmate ancora à la Karate ed avrete eyes, il degno finale-non finale per questo album. Finale se non considerate la traccia nascosta. Se la considerate invece, nel suo stupendo incedere nervoso da cavalcata distorta che muore e rinasce con un’anima più noise se non addirittura no-wave, avrete solo prolungato il piacere dell’ascolto di un buon disco da consumare. Un buon disco che come tutte le uscite della netlabel Lophophora Williams trovate in download gratuito e streaming sulla pagina dell’etichetta.
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Lophophora Williams.









