post-metal

Steps, il nuovo video dei Bad Mexican.
È arrivato il momento anche per i Bad Mexican di lavorare ad un video. Steps, presa da This is the first attempt of a band called the bad mexican (di cui abbiamo parlato qui) è una delle tracce migliori.
ps: ricordiamo che il gruppo chiancianese è anche sulla nostra compilation, la trovate in download gratuito e streaming qui.
i BAD MEXICAN sul web:
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SOUNDCLOUD (streaming integrale dell’album)
JAMENDO
Zippo – Maktub (2011)
ascolta the personal legend:
Di gruppi appartenenti al filone stoner del nostro paese ne abbiamo già parlato a sufficenza in passato, dai Treehorn agli Herba Mate, passando per Dust Inside e chissà quanti altri. Ecco, ora apprestatevi ad aggiungerne un altro alla lista perchè questo Maktub dei pescaresi Zippo, dopo i due precedenti Ode To Maximum e The Road To Knowledge, merita di sicuro un posto di rilievo in questo particolare genere.
In uscita a marzo di quest’anno, ascoltandolo vi salteranno subito all’orecchio i riferimenti principali (Tool? Mastodon? fate voi…) e, se siete ascoltatori attenti, riuscirete addirittura a scoprire chi ha collaborato in qualche traccia. Il primo passo, the personal legend, è il passo più pesante. Tre minuti e quaranta secondi che già dalla prima nota vi verranno addosso con tutto il loro peso, tra scariche stoner-metal, schitarrate veloci e una batteria che rotola veloce e mira ad investirti in tutta la sua percussiva potenza. Ed è proprio un gran bell’inizio, che però subisce una brusca tirata di freno a mano quando parte the omens. Il pezzo successivo. La rallentata desertica. Rallentata si, ma non meno pesante. Ci si ferma, a metà brano, in una oasi psichedelica d’introduzione al ritorno delle distorsioni pronte ad accompagnarci fino alla fine del brano. Caravan to your destiny, con un riff in palm-muting che, per un minuto buono, ci tiene per mano, portandoci all’ingresso delle distorsioni, macina casino su casino, e fonde insieme chitarre, batterie e voci, pronte a fermarsi solo a pochi secondi dalla fine. Ed è prendendo spunto dal silenzio dei secondi finali di questo pezzo che fa il suo ingresso in scena, quasi inciampando, man of theory. Qui solo dopo i due minuti prende piede la classica rabbia del gruppo, anche se non disprezza una brusca frenata “pulita” dopo i quattro minuti, con tanto di partecipazione nobile (la voce di Ben Ward degli Orange Goblin). E quanto ci vuole ad un gruppo del genere per arrivare dal deserto alla luna? poco, solo cinque minuti e mezzo. We, people’s hearts è uno shuttle diretto verso il cielo, lento a partire (ci mette quasi due minuti ad accendere i motori) ma che quando lo fa comincia a viaggiare in perenne accellerata (anche se la formula giusta sarebbe “in appesantimento”). E al ritorno dalla breve parentesi lunare ci si ritrova in Simum: lenta ed orientaleggiante, è un’oasi nel deserto tra cammelli, caldo, miraggi e impazzimenti jazzcore finali. Devo proprio farlo il nome di Luca Mai? non credo ce ne sia bisogno, in ogni caso il sassofono di Zu e Mombu è lì, a regalare pochi – ma importanti – secondi di casino jazzistico. Il tesoro finale, the treasure, sa essere equilibrato tra calma psichedelica ed incazzature distorte, altalenante e vagamente mathcore. Ed è così che finisce il terzo lavoro di un gruppo che piano piano è diventato una delle colonne dello stoner italiano. “Così è scritto” o almeno, così sembra.
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