
the Drop Machine & Quiet in the Cave – split (2010)
Quando ti ritrovi per le mani uno split tra due band (the Drop Machine e Quiet in the Cave) e senti parlare di post-rock potresti ritrovarti ad ascoltare due cose: o un album, di quaranta-cinquanta-sessanta minuti tutto uguale (per molti il post è proprio questo) oppure, come in questo caso, un lavoro pronto a spiazzarti data l'intelligenza usata nel sapersi distinguere. Non solo dagli altri gruppi del genere, ma anche tra di loro, protagonisti di questo split. I Drop Machine hanno familiarità con brani completamente costruiti su schitarrate ultradistorte ("solstice"), con crescendo tipici del post diretti ad un'esplosione rumorosa e confusionaria (ma mai confusa, come accade in "take it all" e in "german warehouse", quasi una continuazione del pezzo precedente), oppure ancora in qualcosa nu-metal che non disprezza strizzate d'occhio allo stoner ("00:00 light", unico pezzo cantato). I Quiet in the Cave, invece, hanno tutt'altre influenze. Il suono è più synthetico, poche distorsioni, molti momenti in cui tutto sembra ambient. I brani volano nei secondi che scorrono, come "into the deep" che sembra quasi restare bassa per fare da intro a "breathe" che non si velocizza, ma si incattivisce grazie ad un buon uso della voce e della chitarra, per poi finire in un finale synthetico. Un brano che è una sorta di post-rock al contrario, che parte alto per poi spegnersi piano piano. Anche "ionosfear", come "into the deep" poggia la sua struttura su elementi che lasciano il volume basso, forse per lasciare la possibilità a "stalker" di sembrare più pesante, con il suo inizio quasi industrial, con la sua batteria lenta e martellante, effettata, che sembra trascinarti con lei sempre più giù, verso la fine dell'album. La fine dell'album che, mentre chitarra/basso/batteria creano un tappeto di base, arriva accompagnata da synth e samples, che dichiarano la loro netta supremazia rispetto al set classico. Un lavoro, insomma, che ti fa aprire gli occhi e ti fa realizzare quante sfumature, tutte diverse, può comprendere l'etichetta post-rock.
||| DROP MACHINE MYSPACE ||| QUIET IN THE CAVE MYSPACE |||
etichetta: Hypershape Records.
Dyskinesia – S/T (2008)
L’album omonimo della band si apre dalla fine: “L’ultimo giorno”, prima del fallout nucleare s’intende; così comincia la tremenda (de)costruzione rumoristica targata Dyskinesia.
Quasi timidamente prende il via la prima traccia, con un riff chitarristico appena accennato, quasi un soundcheck, a cui risponde il frastuono montante degli altri strumenti. Descrivere il seguito è un’impresa assai ardua: il flusso sonoro accompagna l’ascoltatore nei paesaggi tipici dello sludge/doom, al cui interno però, la traccia si perde e viene dilaniata da divagazioni noise e lancinanti feedback chitarristici, accompagnati dal sempre presente suono dei synth versione Inade. Basso e batteria vanno ora a costruire la fase ritmica, ora a contribuire alla degenerazione rumoristica, perdendo la loro valenza tipicamente musicale. Tutto il brano è giocato sull’alternarsi di questi momenti e già butta addosso all’ascoltatore un carico non indifferente di immagini/visioni del clima post-apocalittico che pervade il disco. La band riesce nella difficile impresa di mantenere viva la tensione negando una facile catarsi assolutoria e liberatoria.
La traccia successiva (“Giorno zero”) prosegue il discorso, puntando decisamente sulla parte noise/sperimentale: qui la sezione ritmico-melodica è praticamente inesistente e tutto il pezzo si regge sulle semi-improvvisazioni dark-ambient dei nostri, in cui si avvicendano momenti di calma, accordi taglienti, grida disperate. Forse la traccia “migliore” dell’intero lavoro, di sicuro la più folle.
Segue “Il primo giorno” (e volevamo ben vedere), e il clima muta nuovamente, a farla da padrone è un’atmosfera post-rockeggiante ambientale in cui il lento incedere delle chitarre, che si muovono lungo il medesimo riff in maniera cangiante, circondate da un aspro arrangiamento, offre un tanto agognato quando fastidioso ristoro al “malcapitato” ascoltatore, che viene traghettato direttamente nel fulcro dell’album, cioè “Il secondo giorno”.
La struttura qui non è dissimile alla traccia precedente, ma la stratificazione sonora è ancora più spessa e avvolgente, praticamente il “rumore” generato nei primi due episodi del disco sembra ritornare nella forma “musica” in uno splendido brano, degno dei più cupi Isis, che esplode intorno al 10° minuto, per poi sgonfiarsi lentamente fino agli spasmi conclusivi: il cataclisma è alle spalle, la disperazione ha lasciato il posto alla desolazione e all’abbandono.
Chiude l’album un brano un po’ insolito: una sorta di outro dalla ritmica blues che poco ha da spartire con il resto del lavoro e sembra voler suggerire, sin dal titolo, l’ineluttabile rivincita delle leggi del cosmo sulla catastrofe: “Adesione al principio di conservazione dell’energia”.
Come ha scritto qualcuno riferendosi ad altri contesti: “l’ennesimo grande gruppo che l’Italia non merita”. Nonostante tutto, grazie ragazzi.
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buried inside – spoils of failure (2009)
L’affermazione in ambito internazionale dello sludge, quello derivato in massima parte dalla fusione di doom metal e post-hardcore, ha portato alla ribalta un considerevole numero di gruppi, che con gli anni si sono imposti come importanti realtà del rock alternativo (Isis, Cult Of Luna, Pelican su tutti). I Buried Inside (quintetto canadese) si possono inserire in questo filone, ma al contempo essi se ne staccano nettamente, per diversi elementi caratterizzanti. In particolare con questo ultimo “Spoils Of Failure”, la band raggiunge la piena maturità, riuscendo a trascendere le varie componenti che costituiscono il loro sound (il post-hardcore e lo sludge, appunto, ma anche il grind e l’hardcore in senso più ampio), generando un qualcosa di ben definito e, soprattutto, originale. I Nostri provengono dal Canada, dicevamo, e appunto dalle algide atmosfere di casa traggono la maggiore ispirazione: le sensazioni dominanti, che si percepiscono, sin dal primo ascolto, sono la glacialità e l’isolamento in cui si viene gettati, quasi a voler suggerire l’impotenza dell’uomo contemporaneo nei confronti di una natura aspra, ostile e annichilente. A farla da padrone per tutta la durata del disco, sono le due chitarre (E. Sayer, A. Tweedy), pesantemente distorte e cariche di feedback, unite nel creare il “muro sonoro” acido e denso, marchio di fabbrica della band, all’interno del quale s’insinua la splendida voce di Nick Von Shaw (lead voice e synth): uno scream strozzato e roco, carico di rabbia e disperazione, a cui fanno da contraltare le voci più gutturali di Tweedy e S. Martin (basso). La batteria (M. Godbout) detta i tempi ultra-dilatati (anche con una discreta complessità compositiva), ma è quasi sempre lontana, sullo sfondo, sommersa dalla cacofonia, generata dalle 4 e 6 corde, anzi, prendendovi parte nei momenti topici (paradigmatica la parte centrale di “II”). L’album è costituito da 8 brani, per una durata complessiva di quasi un’ora, senza titolo (indicati secondo la numerazione romana) ad indicare la vastità e complessità delle tematiche trattate, seguendo il tema centrale dell’alienazione dell’uomo-macchina nei confronti di sé stesso, del proprio pensiero e della realtà circostante (“No defence against the indefensible. The space between words and things is total”. “Give us ghetto walls, bricked word by word.(…) Give us new life, over telegraph wires.”). Proprio I testi, criptici, densi di citazioni e metafore, sono uno dei punti di forza della combo canadese. Descrivere singolarmente i vari brani sarebbe un’impresa (quasi) impossibile, tanto è forte l’unità compositiva dell’album; in linea di massima le varie tracce presentano una struttura simile: un avvio post-rockeggiante/atmosferico relativamente “tranquillo”, prontamente distrutto dal pesante attacco chitarre-basso-voce: le tre componenti si integrano perfettamente fra loro, raggiungendo apici di violenza di impronta tipicamente grind, anche grazie all’impatto sonoro delle tre voci. In mezzo a questa devastazione si possono apprezzare riffage chitarristici talvolta molto azzeccati (in particolare in “IV”) reiterati a lungo in maniera cangiante, secondo l’insegnamento dei “maestri” Isis. Perla dell’album, “III”, vive dell’alternarsi di momenti di quiete e di brusche aggressioni sonore, nel corso dei suoi 11 minuti, oltre a presentare una splendida sezione ritmica. In definitiva un lavoro solido forse gravato dall’eccessiva complessità di ascolto, sicuramente consigliatissimo agli appassionati del genere, che troveranno elementi di novità graditi.
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– articolo scritto da oGhRe. –









